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Miccoli si racconta: "La Juventus mi ha umiliato, al Palermo mi sentivo come Maradona"

“Il momento più duro? Quando mi sono costituito, al penitenziario di Rovigo. Mi accompagnarono lì gli amici di sempre, Giovanni e Pierpaolo, e l’avvocato Savoia. Scesi dalla macchina e quell’ultimo tratto a piedi, verso il cancello, con il borsone sulle spalle, è stato terribile. Poi i documenti, la perquisizione….

“Nelle partitelle in carcere giocavo in porta? Confermo. Mi fecero una battuta: 'Fabrizio, qua ci ammazziamo per due cose, le carte e il pallone'. Capii. Così mi mettevo tra i pali e le poche volte che giocavo da attaccante non facevo mai il fenomeno, mi muovevo con il freno a mano tirato. Giocavamo un’ora alla settimana, era un momento spensierato e tale doveva rimanere”.

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