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C’era una volta la bandiera da amare

Mazzola e Rivera, Bulgarelli, Riva e Chinaglia, Facchetti e Juliano, Antognoni e Bergomi , Baresi e Maldini e infine Totti e Del Piero e qui si esaurisce il senso della “bandiera”. Un senso perduto nel tempo, quando esistevano quel piacere di identificare una squadra anche (e talvolta solo) con un simbolo e forse anche più di una squadra, ma una città, una regione (Riva) e quel senso forte di appartenere a qualcosa invece che a qualcuno. Erano capi di partito ed era bello riconoscersi in quei giocatori perché loro si riconoscevano nei propri tifosi, nella propria gente. C’è un libro assai ben documentato, scritto da Franco Esposito (cronista napoletano, scrittore, amante e conoscitore del calcio, del pugilato, della pallanuoto e potremmo continuare ancora) che si intitola “Tutti i Totti del mondo”. Nella sua appassionata e profonda ricerca ha ricostruito la storia di 128 bandiere sparse nel mondo, dall’Europa, all’Asia, all’Africa. Centoventotto giocatori che hanno legato la propria esistenza calcistica ad un solo club, una sola città, una sola tifoseria. In quel libro si parla di Boniperti e di Uwe Seeler, 18 anni con 476 partite e 404 gol nell’Amburgo, del portiere danese Poul Lars Hogh, numero uno dell’Odense per 23 anni e 817 partite, di Jack Charlton, il fratello difensore del più talentuoso Bobby, 629 gare nel Leeds, di un altro grande portiere, Lev Yashin, unico del suo ruolo a vincere il Pallone d’Oro, per 326 volte nella porta della Dinamo Mosca.

Se la ricerca si restringe al nostro calcio, si può partire da Giampiero Boniperti, bandiera storica della Juventus, prima in campo da capitano, poi in sede da presidente. Boniperti è stato la Juve per tutta la sua vita. Qualche anno fa, quando la FIGC lo inserì nella Hall of Fame del calcio italiano, Boniperti, ormai in pensione, incontrò in Palazzo Vecchio a Firenze l’ex arbitro Casarin e gli parlò ancora di un rigore che non aveva dato alla sua Juventus almeno vent’anni prima. Dall’anima bianconera non si è mai staccato. Ha giocato 443 partite nella Juve, quella di Charles e Sivori, segnando 178 gol, ed è stato presidente dal 1971 al 1990 e poi AD dal ‘91 al ‘94. Un altro calcio, quello di oggi. Si può passare dalla Fiorentina alla nemica Juventus anche durante il campionato (Vlahovic, che a Torino non ha mai segnato quanto a Firenze), si può dire no al progetto di diventare la bandiera del Milan, dopo Rivera, Baresi e Maldini, per correre a Parigi per un ingaggio più alto (Donnarumma). Quando parliamo del calcio che è stato il rischio di affogare nella nostalgia è enorme. Ma era quello il calcio che la gente ama di più. Mazzola e Rivera hanno diviso Milano (e la Nazionale) restando simboli dei loro club per decenni. Sandro era il figlio di Valentino, anche lui bandiera del Grande Torino (195 partite, 118 gol, prima era stato per due stagioni al Venezia), è rimasto per vent’anni nell’Inter, dalle giovanili alla prima squadra, 570 gare ufficiali e 163 gol, dal torneo di Viareggio vinto con i suoi coetanei nel ‘62, ai 4 scudetti, le due Coppe dei Campioni e le due Coppe Intercontinentali con i grandi. Il suo era un calcio svelto, furbo, tecnico. Il calcio del suo rivale Rivera era meno dinamico ma più elegante, l’immagine di Gianni è quella col pallone al piede e la testa alta. Si poteva leggere il suo pensiero: “Ora la metto dove i difensori non se l’aspettano”. Era bello da vedere e difficile da tenere. Mazzola è del ‘42, Riveradel ‘43, Milano ha goduto di uno spettacolo straordinario per vent’anni, il milanista è rimasto fedele al suo club per 19 stagioni, dal ‘60 al ‘79, con 658 partite e 164 gol, poi è stato vice presidente del Milan, ha vinto tre volte lo scudetto, quattro volte la Coppa Italia, due volte la Coppa dei Campioni e la Coppa delle Coppe, una volta la Coppa Intercontinentale. Ovviamente Sandro e Gianni erano i capitani di Inter e Milan.

Erano gli stessi anni di Gigi Riva, di Giacomo Bulgarelli e Antonio Juliano, tutti loro affidatari dei sentimenti dei tifosi. La scelta di Riva di non lasciare mai Cagliari fino alla sua morte ha inorgoglito un popolo intero. Era nato a Leggiuno, sulle rive del Lago Maggiore, profondo nord del Paese, da quella terra ha portato in Sardegna la risolutezza e si è fatto conquistare dal carattere forte dei sardi. Se n’è andato poco meno di un anno fa. In realtà Gigi non se ne andrà mai da Cagliari, sarà in eterno uno di loro. Numero 11 per quattordici anni, 378 partite e 208 gol, uno storico scudetto, tre volte capocannoniere in Serie A e tre volte in Coppa Italia. C’era solo una squadra che, ogni tanto, poteva strapparlo al Cagliari, era la Nazionale di Ferruccio Valcareggi con cui Gigi segnò 35 gol. Nessun azzurro l’ha più raggiunto.

Vent’anni di Bologna per Giacomo Bulgarelli, ventidue di Napoli per Antonio Juliano. L’onorevole Giacomino, come lo chiamava lo speaker dello stadio bolognese, vinse uno scudetto, due Coppe Italia, una Mitropa Cup e una Coppa di Lega Italo-Inglese, Totonno a Napoli un po’ meno, la Coppa Italia per due volte, una Coppa delle Alpi, una Coppa di Lega Italo-Inglese. Tutt’e tre insieme, Riva, Bulgarelli e Juliano, vinsero con la Nazionale l’Europeo del ‘68. Già, la Nazionale delle bandiere. C’erano Mazzola, Rivera, Facchetti, il granata Giorgio Ferrini e Dino Zoff.

Qualche anno dopo si alzarono le bandiere della Lazio scudettata di Tommaso Maestrelli. Il numero 1 è stato senza dubbio Giorgio Chinaglia, ma accanto a lui anche Vincenzo D’Amico, il genio di quella squadra con 338 partite e 51 gol in due epoche diverse, la prima con Giorgio in campo, la seconda con Giorgio presidente Era il periodo in cui a Firenze la gente andava allo stadio, allora Comunale di Campo di Marte, solo per veder giocare Antognoni, il 10 dalla corsa (palla al piede) più elegante della storia del nostro calcio. Fino all’arrivo dei Pontello, al suo fianco c’era una squadra modesta che non aveva nessuna possibilità di vincere. Cambiò tutto all’inizio degli anni Ottanta, ma la grande Fiorentina dell’81-82 vide portarsi via lo scudetto sotto gli occhi dalla Juventus. Giancarlo è stato quindici anni nella Fiorentina, per 429 partite e 72 gol, in viola ha vinto solo una Coppa Italia e una Coppa di Lega Italo- Inglese. Altrove avrebbe potuto vincere tutto. La bandiera della Roma ha un solo nome, quello di Francesco Totti. Negli anni precedenti, Agostino Di Bartolomei, in giallorosso dal ’68 al ‘75 fra giovanili e prima squadra, poi dal ‘76 all’‘84 con 317 partite e 71 gol, campione d’Italia due volte con la Primavera e una con la prima squadra, più tre Coppe Italia e una con le giovanili. Totti, Paolo Maldini e Del Piero hanno chiuso definitivamente la stagione delle bandiere. Il suo stadio intero in lacrime a salutare Alex, uno stadio disperato, quello del “Speravo de morì prima”, per l’addio di Francesco. Con nostra grande tristezza quell’epoca è finita.

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