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Juve, onore a Pinturicchio

**Pinturicchio, ci siamo**: è quasi il **trentennale** di quel soprannome cucito su misura addosso a quel ragazzo dal piede destro fatato, arrivato a Torino da San Vendemiano a 19 anni per scrivere la storia della Juventus. A battezzare così Alessandro Del Pero è stato l’Avvocato che da sempre si è distinto per etichettare curiosamente i suoi campioni, basti pensare a Zibì Boniek diventato presto Bello di notte e a Roberto Baggio definito Coniglio bagnato. Gianni Agnelli scelse il piccolo pittore Bernardino di Betto Betti, talento completo della scuola umbra dell’Ottocento e chiamato Pinturicchio proprio per il fisico minuto. Ecco che il riferimento alla corporatura non fu preso per un complimento, anche se l’associazione con cui Alex venne convinto fu quella dell’estro che accompagnò la splendida carriera del pittore perugino.

Del Piero ci ha messo poco a dar ragione a chi prese per il verso giusto quel soprannome ricevuto nell’estate del 1995 a Villar Perosa. **Alessandro è rimasto alla [Juve](/squadra/calcio/juve/t128) per 19 anni divertendo il popolo bianconero**. E vincendo in Italia e all’estero con il club di Torino. Ma proprio in quella stagione, la sua terza alla Juve (arrivò dal Padova nel 1993, pagato 5 miliardi), c’è stata la svolta. Dopo quell’uscita di Agnelli è come se fosse partita la sua grande avventura nel mondo del calcio. L’artista si è rivelato al pubblico e non solo all’Avvocato. E sarà sempre ricordata come l’annata del trionfo in Champions League della squadra guidata da Lippi e del gol alla Del Piero.

Velocissimo Alex a dare un senso a quel soprannome di Agnelli che **lo responsabilizzò indicandolo come erede di Baggio**, l’ex di lusso che ha appena salutato. **Del Piero prese (senza lasciarlo più) il numero 10** e si scatenò al debutto nella coppa più prestigiosa. Trasferta in Germania per affrontare il Borussia Dortmund. Al Westfalenstadion è lui il protagonista della serata, mettendo in piazza il meglio del suo repertorio. Successo netto (1-3) dei bianconeri, rimontando la rete iniziale di Moeller. Alessandro regala l’assist del pari a Padovano che segna girando di testa e farà lo stesso con Conte che firmò in tuffo il tris della Juve. In mezzo il gesto che si porta dietro ancora oggi. Partendo dalla fascia sinistra si è accentrato e, scansato l’ex compagno Kohler, ha mirato di destro verso il palo più lontano. Eccolo il tiro a giro che in Italia ancora oggi provano diversi suoi colleghi non sempre con lo stesso esito vincente. **È il 13 settembre del 1995, sarà l’annata del successo in Champions**, il 22 maggio 1996 all’Olimpico contro l’Ajax, battuto ai rigori e Alex, già specialista nelle trasformazioni, non ha dovuto nemmeno calciarlo. Ne bastarono quattro per prendersi la coppa, quelli di Ferrara, Pessotto, Padovano e Jugovic.

Settembre è il suo mese, soprattutto nei suoi primi passi in bianconero. Nel 1993 l’esordio in Serie A a Foggia entrando in corsa al posto di Ravanelli, il primo gol in campionato alla Reggiana e il debutto nelle coppe europee; nel 1994 la prima rete in Coppa Uefa e la prima alla Del Piero per certificare il successo al San Paolo contro il Napoli. Poi, da Pinturicchio, l’exploit di Dortmund per iniziare il percorso che lo portò ad alzare la Champions a Roma. Le sue prodezze gli regalarono - alla fine di quell’annata - il trofeo Bravo, assegnato al miglior Under 21 d’Europa, e a classificarsi quarto nella classifica del Pallone d’Oro, posizione raggiunta pure nella stagione seguente (sei volte tra i candidati).

Con la Juve ha fatto il pieno di sorrisi: **scudetti (6), Coppa Italia 1, Champions League (1), Coppa Intertoto (1), Supercoppa italiana (4), Coppa Intercontinentale (1) e Supercoppa Uefa (1)**. È stato capitano dal 2001, la fascia gliel’ha lasciata Conte, pure nel campionato vinto in Serie B dopo Calciopoli, esperienza fatta con dignità e orgoglio. Idolo della tifoseria bianconera che lo ha coccolato fino al giorno dell’addio il 13 maggio del 2012, spettatori in lacrime quando fu sostituito nella sua ultima partita in casa (e in campionato, l’ultima vera fu nella finale di Coppa Italia persa contro il Napoli). Contro l’[Atalanta](/squadra/calcio/atalanta/t456) allo Stadium, con il suo gol numero 290 con la Juve in 705 partite (188 in campionato, decimo marcatore con Gilardino e Signori nella storia della Serie A), festeggiando con la linguaccia e togliendosi il gusto di essere capocannoniere del nostro torneo, della Coppa Italia e della Champions. I suoi tifosi hanno votato la rete decisiva del 3-2 alla Fiorentina, per il ribaltone partendo dal doppio svantaggio, pallonetto al volo nel ’94. Segnò una doppietta al Real nel 2008, primo giocatore di un club italiano a riuscirci al Bernabeu: standing ovation del pubblico. **Agnelli lo chiamò anche Godot**, aspettando a lungo il suo ritorno in quota. Dortmund, comunque, nel destino. Anche lì, stesso stadio del gol al Borussia, il nuovo tiro di destro a giro nel Mondiale tedesco - la rete più pesante delle 27 in 91 partite con l’Italia - per mettere al sicuro il risultato (0-2) contro la Germania al tramonto del secondo supplementare, dopo il gol di Grosso, e andare in finale a Berlino. Dove ha alzato la Coppa realizzando il quarto rigore, stavolta anticipando - rispetto alla semifinale - Grosso che ha trasformato il quinto per l’apoteosi azzurra. Ha chiuso con il calcio in Australia e India, giocando nel Sydney FC e nel Delh+i Dynamos, prima di trasferirsi a Los Angeles dove ha aperto un ristorante N10, acquistato un club dilettanti LA 10 e fondato un team automobilistico con l’attore Patrick Dempsey. È tornato in Europa per vivere a Madrid, gioca a golf e fa l’opinionista di Sky. Segue i suoi eredi calciatori: il figlio Tobias è nell’Under 18 dell’Empoli e la figlia Dorotea nella Juventus Under 17, in attesa di scoprire Sasha.

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