Juve, le tappe della crisi stagionale
Tra Motta, accolto alla Juve come un nuovo Guardiola, e l’universo bianconero dev’essersi rotto qualcosa nella lontana Riyad, alla vigilia della semifinale di Supercoppa, quando Thiago provò ad allontanare la pressione con una frase da molti considerata fuori contesto: «Vincere per me non è un’ossessione», disse. I suoi calciatori hanno recepito talmente bene quella filosofia che il giorno dopo si sono fatti battere, in rimonta, da un Milan rattoppato. Vincere, per loro, non è stata un’ossessione neppure mentre si allontanavano progressivamente della vetta della Serie A o quando venivano sbattuti fuori da Champions e Coppa Italia già a febbraio. Motta ha aggiustato il tiro dialettico, ma le cose sono comunque precipitate. Al punto che oggi lo stadio fischia lui e la squadra e intona cori per Allegri, l’allenatore che nessuno ha veramente dimenticato, come un vecchio amore nel quale viene naturale rifugiarsi col pensiero nei tempi di burrasca. I primi nove mesi di Motta sono stati travagliati. L’avventura è cominciata con i tanti big messi fuori rosa, è proseguita con un’emergenza infortuni senza precedenti, ha vissuto la fase della difesa blindata e poi della pareggite acuta, ha avuto i suoi picchi nei successi contro City e Inter e il suo momento più drammatico nello sfogo del tecnico dopo l’Empoli al grido di «vergogna». Il termometro per misurare il futuro è nei sentimenti di un gruppo che spesso non capisce le scelte del suo leader, pur giudicandolo geniale nelle sue intuizioni. La vera domanda da farsi è: lo seguono ancora? La risposta definitiva è attesa nei prossimi due mesi e mezzo.
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