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Thiago Motta e la critica di Danilo così attuale: ecco perché la Juve è in confusione

TORINO - La stilettata di Danilo è ancora attuale. L’ex capitano, salutando in direzione Brasile, definì «fantasioso» il progetto di Thiago Motta. Ebbene, risultati, scelte e formazioni alla mano, si vede che di creatività, se non proprio di fantasia, ce n’è tantissima, tanto da sfociare nella confusione. A otto mesi dall’inizio della rivoluzione, la Juve non ha una ossatura base, un “undici” riconoscibile, e ha perso le certezze che il tecnico aveva costruito all’inizio. La difesa, innanzitutto, e non solo per il combinato disposto degli infortuni di Bremer e Cabal, come testimoniano i sette gol subiti tra Atalanta e Fiorentina. Thiago, infatti, monta, smonta e rimonta la squadra praticamente di partita in partita. Per capirsi, proprio al centro della retroguardia si sono avvicendati, da inizio stagione, otto giocatori: Bremer, Gatti, Kalulu, Danilo, Cabal, Locatelli, Renato Veiga e Kelly. In generale, in alcuni casi si è trattato di scelte per cause di forza maggiore, in altri sono stati esperimenti che non sempre hanno avuto l’esito auspicato. L’allenatore italo-brasiliano ha schierato 39 formazioni diverse in 42 partite. Gli infortuni hanno chiaramente inciso ma a generare incertezza nella mente dei giocatori sono stati i continui cambi di ruolo, le sperimentazioni, le giravolte, come nel caso della fascia di capitano “itinerante”, passata da Gatti ad altri sei compagni prima di trovare posto fi sso sul braccio di Locatelli.

Juve, il jolly McKennie

Il simbolo della gestione Motta è McKennie. Lo statunitense è un vero e proprio jolly, il prototipo del giocatore preferito dal tecnico per la sua duttilità e adattabilità a diverse situazioni. «I grandi giocatori possono giocare ovunque» è il manifesto di Thiago, adattato a diversi interpreti. Il tecnico è da sempre abituato a provare e sperimentare - è stato così anche a Bologna - e ha sempre pubblicamente rivendicato il fatto di aver condiviso le scelte con i singoli, avendo la loro disponibilità. Così McKennie, da epurato a inizio stagione, è diventato pedina fondamentale nello scacchiere di Motta (35 presenze, 26 da titolare, per 2.468 minuti). Wes è stato impiegato praticamente dappertutto: centrocampista davanti alla difesa, mezzala, trequartista, esterno destro off ensivo, terzino destro, terzino sinistro e perfi no fi nto centravanti. E quasi sempre è stato tra i migliori. Ma le variazioni sul tema sono state molte. Prendiamo Koopmeiners: l’olandese è uno dei nodi tattici ancora irrisolti, finora è il lontano parente del RoboKoop atalantino e nel suo peregrinare per il campo ha giocato trequartista, mezzala nel 4-3-3 o a comporre la coppia di mediani davanti alla difesa nel 4-2-3-1. Contro Milan e Atalanta all’andata, è stato impiegato da fi nto centravanti. Tutto con modesti risultati. In tanti, in ogni caso, hanno svolto compiti diff erenti, non sempre congeniali alle loro caratteristiche. Yildiz è partito esterno sinistro e ha dipinto il gol “alla Del Piero” all’esordio in Champions, poi ha cambiato fascia, ma si è visto pure sulla trequarti e da centravanti. Stesse posizioni per Nico Gonzalez. Weah adattato da terzino destro. Tanti ruoli, tante prove, anche in momenti non ideali della stagione - incomprensibile la difesa Weah-Kalulu-Veiga-Kelly di Firenze rinunciando a Cambiaso e Gatti -, tante Juventus. Ma, in definitiva, anche tanta confusione.

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