Il deludente andamento sportivo della Juve alza la pressione anche ai piani più alti, fino alla controllante Exor che guarda ovviamente con preoccupazione alla prospettiva di una mancata qualificazione Champions. Al punto da avere convocato, pare, i vertici amministrativi e sportivi del club (Scanavino, Giuntoli, forse addirittura Motta) domani per un vertice d’emergenza. Sembrerebbe una sorta di war room, in cui capire quanto sia realistico il rischio di non arrivare quarti, quali decisioni potrebbero mitigarlo e quale piano alternativo andrebbe seguito in caso di insuccesso.
Juve senza Champions? Occhio ai tagli drastici
L’ultima esclusione dalle coppe (per mano della Uefa) ha contribuito, di fatto, a bruciare anche l’aumento di capitale da 200 milioni, versato appena un anno prima. Nei programmi dell’azionista di controllo era l’ultimo intervento, sicché al management era stato assegnato il mandato di rimettere in equilibrio i conti e far camminare il club sulle sue gambe, senza ulteriori iniezioni di capitale. Per raggiungere questo obiettivo, il piano industriale evidenziava le condizioni necessarie, tra cui: un target minimo di ricavi dal player trading, il passaggio agli ottavi di Champions e la qualificazione al massimo torneo continentale per alcuni anni di fila. Di queste tre condizioni, una è già saltata e l’ultima (la più importante) sembra fortemente a rischio. Da qui la preoccupazione. Se la Juve non entra nella Champions 2025-2026, le conseguenze possibili contemplano la necessità di limitare fortemente il mercato. Ciò significherebbe, per esempio, tagliare alcuni rinnovi contrattuali (si parla in questi giorni di dubbi sul rinnovo di McKennie), rinunciare ad alcuni riscatti di prestiti (Conceiçao, Kalulu o altri), limitare le operazioni onerose in entrata (Kolo Mouani potrebbe saltare), lavorare in modo più aggressivo sulle uscite.
I conti devono tornare: la Juve studia il piano
Il problema di fondo è che la Juventus deve ritrovare l’equilibrio di bilancio senza perdere quel livello di competitività sportiva sufficiente a evitare la perdita di ricavi fondamentali. Però tale programma non sembra de l tutto compatibile con l’esigenza di risparmiare sul mercato. Inoltre, un altro bilancio negativo potrebbe produrre sanzioni dal Fair Play Finanziario, aggravando ulteriormente la situazione. Un circolo vizioso, insomma, che è il vero problema nella gestione di qualsiasi società di calcio. Nella Juve questo cortocircuito genera un malessere ancora più acuto, perché le aspettative della tifoseria non accettano distanze dall’ultima vittoria sul campo. Per anni il club ha coltivato la mission aziendale della vittoria come “unica cosa che conta” ma questo genera malcontento se tale mission non viene perseguita. Il valore della vittoria a tutti i costi non è più compatibile con il sistema competitivo del calcio moderno. I nove scudetti consecutivi hanno avallato questa convinzione ma il calcio italiano è entrato (per fortuna) in una fase storica di maggiore equilibrio, incertezza e concorrenzialità. Dal 2020 (ultimo scudetto bianconero) tre squadre diverse hanno vinto il titolo con un’alternanza tra una stagione e l’altra. Anche per i primi quattro (o cinque) posti la rosa di candidati agguerriti si è allargata a sei o sette pretendenti, così che aritmeticamente qualcuno ogni anno resterà fuori. La Juve ha puntato sul rinnovamento, cambiando la guida tecnica, oltre che su un mercato ambizioso. Lo ha fatto nella logica per cui mancare il quarto posto era un risultato da evitare ma questo calcolo potrebbe alla fine rivelarsi inesatto. Su Motta ci sono molti dubbi e forse il rigetto è ormai consumato con la costituency del tifo juventino. Del resto, era pure un calcolo rischioso perché storicamente in bianconero i propugnatori del bel gioco non ha nno mai sfondato. Il vertice di domani dovrà produrre soprattutto idee per evitare danni peggiori.
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