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Tether, Ardoino esclusivo a Tuttosport: “Rifacciamo grande la Juventus”

"La proprietà deve decidere qual è la strategia"

Quindi è un investimento di cuore o di portafoglio?

«C’è sicuramente un punto di vista finanziario. Secondo me la Juve in questo momento è sottovalutata perché, appunto, c’è un problema di fiducia generale. Ha una potenzialità enorme per creare un collegamento con la tifoseria e di sfruttare nuove tecnologie, anche pagamenti tramite blockchain o altri strumenti digitali o intelligenza artificiale o mille altre cose che abbiamo già sperimentato in altri settori per creare ancora più coinvolgimento e per dare più forza al brand della Juventus. Questo permetterebbe al brand della Juventus ancora di più di salire in vetta le classifiche dei brand più amati, di conseguenza anche il valore della squadra di salire ancora di più e questo darebbe ancora più potenza di fuoco alla Juventus stessa, perché ovviamente se la società inizia a fare più incassi, più introiti, la società inizia ad avere un valore societario più alto, ha modo anche di reinvestire di più. Quindi non c’è una bacchetta magica, c’è tanto lavoro da fare, il problema va attaccato da tanti angoli diversi. Sicuramente dal punto di vista di organizzazione e fiducia, dal punto di vista della tifoseria, dal punto di vista tecnologico. Tante società estere stanno già lavorando su questi ambiti, però lo stanno facendo con risorse interne. Mentre qualche club italiano ha fatto l’errore di rivolgersi a società blockchain che sono arrivate e sparite da un giorno all’altro e hanno forse creato più danni rispetto a quello che hanno effettivamente portato. L’idea è che la Juve ha un brand tale, ha un’expertise tale, che deve avere una strategia a medio-lungo termine per sfruttare al meglio tutte le nuove tecnologie, per migliorare sia la comunicazione interna, sia l’efficienza interna, sia la comunicazione con la tifoseria, sia la comunicazione con nuovi fan che possono essere fuori, sia appunto la creazione di infiniti contenuti e utilizzare canali di distribuzione che non sono utilizzati in questo momento e che possono essere appunto piattaforme di blockchain, però tutte gestite direttamente dalla Juventus. Cioè il brand della Juventus non si può dare fuori, non si può smembrare e vendere a pezzettini a nuovi arrivati del settore che poi spariscono dopo due giorni dopo che hanno fatto un po’ di soldini a discapito della fanbase».

Dalle sue parole mi sembra di intuire che vorrebbe, in qualche modo, contribuire con queste idee al rilancio della Juventus.

«Allora, io credo che la nostra società possa dare una mano concreta alla Juventus. La vera domanda è se la Juventus vuole una mano concreta da noi. Cioè, noi siamo piccoli azionisti in questo momento. Io vedo su X la gente che mi dice “Eh, però sbrigatevi a sistemare le cose”. Abbiamo una quota piccolina, quindi facciamo il possibile, ci farebbe piacere aiutare, però sta tutto alla dirigenza e alla proprietà. Noi ci siamo fatti avanti, siamo qui, vogliamo supportare la squadra. Per noi è un investimento sicuramente veramente a lungo termine perché, ripeto, siamo dei tifosi, e crediamo nelle potenzialità enormi della Juventus, poi non siamo noi proprietari, quindi cambiare anche una virgola in questo momento è impossibile».

Secondo lei la famiglia Agnelli deve rimanere indissolubilmente legata alla Juventus o può esistere una Juventus senza la famiglia Agnelli?

«Mah, sicuramente la famiglia Agnelli è parte della storia della Juventus. Dipende. La domanda forse va fatta un po’ più a loro. Alla fine anche il Milan di Berlusconi poi non è più stato il Milan di Berlusconi».

E non è andata proprio benissimo…

«Beh, vero. Però bisogna sempre fare quello che è meglio per la società. La proprietà deve decidere qual è la strategia, cioè loro devono veramente pensare se vogliono continuare a sostenere la squadra e dimostrarlo con i fatti oppure vogliono cercare comunque un partner che li possa aiutare. Noi ci siamo in qualunque modo, ripeto, siamo qua per lungo termine e pensiamo di poter aiutare, pensiamo di poter far bene. Quindi sta a loro decidere in che misura e cosa fare alla fine».

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