La sua carriera, diciamo a partire dai 20 anni, la conoscono tutti. Sampdoria, Parma, Fiorentina, Lazio. Ma per Enrico Chiesa quello non è stato nient'altro che il frutto di quanto seminato prima, a partire dal piccolo paese dell'entroterra genovese di Mignanego dove ha vissuto la sua giovinezza in una famiglia numerosa, lui e i suoi quattro fratelli. La perdita del papà, le sveglie all'alba per lavorare, i sacrifici, le sconfitte. Questi racconti hanno riempito, ieri mattina, il suo incontro con i ragazzi del settore giovanile del Cortemilia, ospite nella città della nocciola dove è stato premiato nell'ambito della 23ª edizione del premio nazionale letterario "Il Gigante delle Langhe".
L'uomo prima del calciatore
Lì, insieme all'amico e consigliere regionale Daniele Sobrero, è stato accolto da una platea incantata che per un paio di ore non ha fatto volare una mosca, affascinata dalla storia dell'uomo, prima ancora che da quella del calciatore: «Quando incontro i ragazzi mi piace condividere con loro i miei primi passi, mi piace raccontare che si può avere un qualsiasi talento, ma per farcela non è sufficiente: servono la testa, la perseveranza, tantissimi sacrifici. In quel borgo ligure per me è iniziato tutto, affrontare la perdita di un padre, conciliare il bisogno di lavorare con il desiderio di allenarsi. Lavorare mi ha fatto crescere come uomo, mi ha fatto capire che i grandi traguardi sono frutto di un percorso lungo e impegnativo, un messaggio di cui le nuove generazioni hanno bisogno».
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