Niente volo privato, roba da fighetti, Igor Tudor è arrivato in macchina: mille chilometri da Spalato per raggiungere la "sua" Juve. Non è da certi particolari che si giudica un allenatore, ma aiutano a capire l’uomo e lo spirito con cui si è presentato a Torino. Nel bagaglio ci ha messo tanta disciplina, la sua rigida interpretazione dei codici di comportamento, il senso maniacale del lavoro, le sue idee di calcio precise, ma flessibili e la piena consapevolezza di dove si trova, alla Juventus. E, per ora, è esattamente quello che serve alla squadra, poi si vedrà. E si rifletterà, magari non solo sulle colpe di Thiago Motta - tante, lampanti e deleterie - ma pesando le responsabilità delle altre componenti del club.
Tudor è l'uomo giusto per questa Juve
Adesso basta non menarla troppo con la storia della juventinità, di cui Tudor sarebbe portatore sano. Non perché non lo sia, ma per l’astrattezza del concetto, di cui è meglio declinare le sue applicazioni pratiche. Tudor conosce le regole della Juve ed è tipo da applicare con rigore. Tudor conosce l’esigenza di uscire dal campo possibilmente da vincitori o, per lo meno, da dignitosi sconfitti, mai sbracare, sempre combattere. Tudor sa che il bene del club (che alla fi ne è vincere) non si sacrifica mai sull’altare di un’idea per geniale che sia: la Juventus esiste da 128 anni, le idee vanno e vengono (e di veramente geniali, alla fi ne, ce ne sono poche). Ecco perché è l’uomo giusto in questo cruciale momento della stagione e della storia del club, perché porta disciplina e buon senso, con buone probabilità, per esempio, di schierare i giocatori nei loro ruoli naturali e farci vedere l’effetto che fa.
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