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Caro Motta, forse non eri pronto. Caro Tudor, urleremo il tuo nome

Maggio 2024. La Juve ha appena chiuso un triennio difficilissimo, avaro di soddisfazioni ma con una Coppa Italia goduta e meritata. Si cambia tecnico e, dopo 8 anni su 10 con Allegri, la sensazione è che sia giusto, inevitabile: allenatore e società devono credere l’uno nell’altra e qui, a occhio, nessuno si fida più dell’altro. Estate 2024. Arriva Motta e stavolta la sintonia con la società c’è. Sui social la Juve ci mostra il suo primo giorno, gli abbracci con Giuntoli e i tifosi bianconeri commentano speranzosi: qualcuno certo di essersi liberato dell’unico grande problema - e allora via con l’entusiasmo per ogni allenamento, per le frasi motivazionali del preparatore, per tutto ciò che non rappresenti il passato -, in tanti semplicemente convinti che sia il momento giusto per provare ad aprire un nuovo ciclo e in effetti ciao Como, ciao Verona, qui anche se giocano gli sconosciuti Savona e Mbangula la squadra va. Sembra troppo facile, ma chi conosce il calcio sa che sarà lunga e complicata. Il problema, se non si compete per vincere da tempo, non è mai solo uno e infatti ecco Roma, Empoli, Napoli: non prendiamo mai gol ma, per educazione, non rischiamo di farne.

Caro Thiago ti scrivo

La notte abbagliante di Lipsia, con quel sapore dolce amaro tra emozioni senza fine e l’addio a Bremer per il resto dell’anno. Il dicembre dei pareggi, il gennaio della Supercoppa gettata subito via e del mercato infinito, il febbraio delle vittorie in campionato e delle figuracce in coppa. Marzo, con il ritorno della parola scudetto e delle umiliazioni, sette gol in due partite, scelte strane, parole che non convincono, difesa apparente di Giuntoli che però pare ormai recitare il copione e allora è finita, a questo punto - tra i vari candidati - meglio chiamare un tecnico che conosca l’ambiente, non sia divisivo e sappia con certezza il numero dei nostri scudetti. Marzo 2025. Caro Thiago, forse non eri pronto o magari non ci siamo capiti fino in fondo, ma comunque non meritavi questi giorni di nomi e mille voci, non degni della nostra storia. Caro Igor, bentornato. Non sarà facile, la stagione è quasi andata e non siamo forti come quando giocavi tu. Forza, allora: un sospiro e via, senza pensarci troppo. Come quella notte, all’ultimo minuto, quel pallone in arrivo, al limite dell’area, quando ormai non ci crediamo più. Corri, Igor, e provaci anche stavolta. Noi, pur confusi e provati, siamo pronti a gridare ancora il tuo nome.

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