Alessandro Nesta, attuale tecnico del Monza, riavvolge indietro il nastro e in un’intervista al canale YouTube di Prime Video Sport parla della sua vita da calciatore. Un difensore straordinario che ha speso la sua carriera tra Lazio e Milan. Poi la Nazionale, con la quale si è laureato campione del mondo nel 2006 in Germania. Protagonista di quel trionfo Luca Toni che lo ha accompagnato in questa lunga e interessante chiacchierata.
Nesta sull’addio al Milan e il ritiro
Si parte dalla fine, con l’addio prima al Milan e poi al calcio: “Ho detto basta dopo che mi sono operato e prendevo due voltaren al giorno, ero fritto - ammette Nesta -. Il corpo cominciava a dirmi basta. L’anno prima avevo fatto le due partite col Barcellona con Messi, le avevo portate a casa non so come. L’anno dopo mi dicevo che se avessi beccato un altro così mi avrebbe sfondato, quindi ho detto che era ora. Il Milan mi aveva proposto un altro anno di contratto, io ho detto di no. Io sono un difensore e devo correre dietro la gente e quindi me ne sono reso conto che era ora, gli attaccanti fanno più fatica a capirlo”.
Salutato il club rossonero, il classe ’76 chiuse con le esperienze all’estero, prima in Canada con il Montreal Impact e poi in India con il Chennaiyin: “Avevo già pronto tutto per andare in Canada. Non ero pronto per smettere totalmente mentalmente, da 100 a 0 è difficile per me. Sono andato a Montreal in MLS. Dopo che ho smesso lì dopo 6-7 mesi mi ha chiamato Materazzi, che faceva l’allenatore-giocatore in India. Si metteva trequartista, la tattica era fiondata su di lui con gli altri che partivano sulla spizzata”. Il problema è quando ho smesso veramente, lì sono andato giù mentalmente. Dopo l’India ho detto basta. Poi sono andato a Miami con mia moglie, ci siamo rimasti per 10 anni. Avevo già casa, ci andavo d’estate e mi piaceva. Ma sono stato talmente tanto sul divano che sono rimasto giù mentalmente, lo ammetto. Io ho sofferto proprio, tutti i giorni erano uguali: mia moglie mi portata ai Caraibi, albergo super e io dopo un giorno volevo andare via. Mia moglie non mi ha cacciato di casa perché mi vuole bene, una santa. Allora mi sono detto che dovevo rimettermi in gioco. Non avevo più l’adrenalina, mi mancava la competizione. Depressione grossa no, ma rompevo le scatole in casa. Tra un po’ anche il cane me lo diceva. Avevo bisogno di tornare nel calcio e l’unico modo per farlo era da allenatore. Da dirigente no, non mi piace. Sono un uomo di campo, devo cercare di incidere ogni domenica. È un percorso che farò e che magari mi porterà da qualche parte. È più bello giocare, ma poi mi ha preso e ti sale l’adrenalina, cambi mentalità”.
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