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Huijsen-Juve, 60 milioni di rimpianti: i retroscena tra Allegri, Giuntoli e Motta

Non è un caso che Dean Huijsen abbia scelto quell’esultanza lì: lo chiamano il «chill guy», che tradotto in maniera spicciola intende dire «tipo tranquillo», praticamente chi non si fa scalfire da nulla. E forse non c’è davvero definizione migliore per il centrale d’origine olandese, ma già in maglia Roja, quella della Spagna, dov’è calcisticamente cresciuto. Una preferenza scandita prima che arrivasse il tempo di farlo, perché tutto per lui è avvenuto in questo modo. La scelta di andare alla Juventus, il passaggio da Primavera a Next Gen, Allegri folgorato dalle sue qualità e l’addio, persino l’addio. Tormentato e tumultuoso, immediato e senza retropensieri a occupare la scena.

Huijsen e l'addio alla Juventus

Galeotta è stata quella decisione di preferire la chiamata di Mourinho nel gennaio dello scorso anno, dunque la Roma, a un patto già consolidato con il Frosinone, che ne avrebbe fatto il perno della difesa, dandogli maggiori garanzie di continuità. Huijsen si sognava già in grandi palcoscenici, la Juve per lui prevedeva un corso più graduale: punti di vista. Che però hanno portato a una spaccatura. Netta. Chissà se davvero impossibile da riparare, comunque il centro di ogni discorso fatto da lì in avanti con il calciatore, rientrato a Torino in estate e immediatamente consapevole di dover fare le valigie per trovare fortuna altrove. Al quotidiano spagnolo Marca - sulla cui copertina è finito soltanto cinque giorni fa, con la maglia della Nazionale spagnola -, Dean è stato molto chiaro sull’accaduto: «*Se si sono comportati male con me? Forse. Mi hanno subito detto di dover andare, ma che non mi avrebbero costretto. Poi invece è accaduto, facendomi allenare da solo. Un po’ è stato brutto...*». Da mesi si discute sulla paternità della rottura, come se Huijsen fosse stato nel mirino di qualcuno nello specifico. Non è stato così: sia la guida tecnica - dunque Motta -, sia la guida sportiva, cioè Giuntoli, hanno valutato la possibilità di sacrificarlo innanzitutto in nome dell’occasione economica, quindi per altre e più concrete idee nel reparto arretrato. Col senno di poi, un abbaglio. Col senno di allora, ecco, un effetto puro delle valutazioni costi-benefici.

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