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Una Juve tiene palla, l'altra vince: come si spiega l'abisso tra Tudor e Motta

TORINO - Firenze e Torino sono separate da oltre quattrocento chilometri. E da un paio di giorni di lavoro, almeno a ranghi completi, se i termini in questione sono Fiorentina-Juve e Juve-Genoa. L’ultima di Thiago Motta a confronto con la prima di Igor Tudor. E tra la squadra ereditata e quella plasmata dal tecnico croato, pur nel poco tempo concesso dalla sosta delle Nazionali, c’è già un discreto abisso. Quattrocento chilometri o giù di lì, appunto. Ben tenendo a mente che si tratta della comparazione tra due singole partite, influenzate per definizione da numerosi fattori, a partire dall’avversaria incontrata per arrivare all’evoluzione del punteggio in corso d’opera.

Juve, cosa è cambiato da Motta a Tudor

Alcune macroscopiche differenze, però, sono emerse a occhio nudo fin da principio. E sono state suffragate dai numeri. La Juventus di Tudor – che tale diventerà sempre di più attraverso il lavoro quotidiano alla Continassa, già nell’entrante settimana “vuota” sulla strada verso la trasferta capitolina contro la Roma – è una creatura più semplice, se così la si può definire. Meno codificata, meno cervellotica. Anche per il poco tempo a disposizione dell’ex difensore per dettare la linea e trasmettere informazioni. Ma più verticale, più pragmatica. Per dire: i bianconeri al Franchi avevano tenuto il possesso del pallone per il 63% del tempo, incassando alla fine una storica batosta per 3-0, mentre ieri sera si sono limitati al 49%, vincendo però di misura e collezionando nel finale le migliori occasioni per siglare un’altra rete.

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