Ha prevalso il cuore. E Manuel, alla fine, ha detto no. No all’Al Ahli, no al rilancio, no a un contratto pluriennale, ricchissimo - da 11 milioni di euro all’anno - e dotato di parecchi comfort aggregati. No a una vita diversa, soprattutto. Ché quella di oggi, quella in cui è il capitano della squadra per cui ha sempre fatto il tifo, al momento gli piace e lo esalta, come la possibilità di avere un anno per convincere Gattuso e per conquistarsi di nuovo un posto di rilievo in ottica Nazionale.
Magari, ecco, nel gioco d’incastri che tiene tutti col fiato sospeso, presentarsi la prossima estate con un Mondiale sul curriculum. Non sarebbe male. Ma non sarebbe stato possibile se avesse accettato la proposta del club arabo, da cui nelle ultime ventiquattr’ore il pressing si era fatto più forte, quasi asfissiante: i sauditi avevano infatti avanzato la possibilità di arrivare a 35 milioni totali, bonus compresi, per soddisfare le richieste della Juventus, alla quale la prima offerta inferiore ai 25 milioni non era affatto piaciuta.
Scelta di sentimenti
Sia Comolli che il giocatore avevano comunque tenuto una porta aperta, in attesa di novità più concrete, e di un’occasione per riparlarne davanti a uno scenario in cui almeno una delle parti in causa avrebbe avuto interesse a chiudere. Così è stato. E alla fine, appunto, è stata una scelta di sentimenti, a cui la Juve non ha minimamente controbattuto, felice - anzi - di non dover tornare sul mercato se non per le priorità già da espletare, per di più nello stesso reparto. Insomma: contenti tutti, meno l’Al Ahli, che dopo aver perso Denis Zakaria - per l’ex bianconero c’era un accordo di massima da 45 milioni di euro con il Monaco -, ora dovrà recuperare il tempo perduto, magari ripartendo da Fofana del Milan.
Contento in particolar modo Manuel, specialmente della risposta social avuta alla notizia della permanenza. Ci ha tenuto a diffonderla tramite Instagram, con una storia in cui è raffigurato nell’abbraccio ai tifosi della curva, nel giorno in cui consegna di fatto la qualificazione in Champions League ai suoi compagni. «Fino alla fine», le uniche parole. Un pallino bianco e un altro nero a costituire l’oggetto del messaggio, l’interpretazione (facilissima) lasciata alle considerazioni e alla fantasia dei tifosi. Dal rigore di Venezia a oggi sono passate poche settimane, però qualcosa è ugualmente cambiato nell’immaginario e nel rapporto con l’ambiente, per nulla semplice nei suoi primi anni di militanza bianconera.
Responsabilità
Ecco: a Locatelli sarebbe dispiaciuto lasciare pure per questo, per le vibrazioni positive che percepisce sul gruppo, per il feeling finalmente trovato con chi gli sta intorno. Sente inoltre la responsabilità della missione, e prova quotidianamente a sopportarne il peso. No, non era il momento. Non lo era affatto. Anche se per un attimo ha avuto realmente la tentazione di poter inseguire il lusso di estraniarsi dalle pressioni, con un conto in banca che attendeva solo di lievitare. A ogni modo, chiuse un paio di giornate di totale riflessione, il focus è tornato esclusivamente sul campo, sul Parma, sulla stagione che dovrà consacrarlo. Più di quella appena passata, in cui nelle difficoltà del gioco l’ex Sassuolo è emerso per il carattere e meno per le caratteristiche.
E a tal proposito: molti si augurano che questo tipo di scelta possa essere d’esempio e trainare ulteriormente la squadra, così da ribadire un concetto fondamentale. Cioè: la Juve al primo posto. Sempre. Non a caso, sono state le prime parole di Igor Tudor a marzo, al suo arrivo alla Continassa, nel momento di maggior caos e massima apprensione. Ha ristabilito un ordine, il croato. Iniziando dal capitano, da Locatelli. Presto tornerà a fare lo stesso, potendo contare su più certezze e su una dimostrazione di come ne sono (ormai) rimaste poche.
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