Se qualcuno si stava chiedendo il perché la Juventus vada a caccia di un centravanti,la visione di Cagliari-Juventus ha fornito una risposta esauriente. Ha, infatti, evidenziato che lo straordinario salto di qualità in termini di costruzione, di riconquista della palla e di controllo della partita può essere miseramente azzerato da un avversario che si ammassa nella sua area, chiudendo spazi e asfissiando la manovra. In quei casi serve il bomber e la sana ignoranza di una palla alta in area (quanti cross a vuoto ieri!) e preda di uno che sappia buttarla dentro.
Ritorno alla realtà per David e compagni
Avere il 78,1% di possesso palla, un conteggio dei tiri che recita 21 a 3, quello dei corner 18 a 1 e tutto senza riuscire a fare gol indica un problema nel concretizzare. Un problema che non possono sempre risolvere Yildiz (ieri sfortunato con quel palo) o gli estemporanei (McKennie, Kelly, Conceiçao, Kalulu, Bremer...). Un problema di cui non si può fare carico Jonathan David, la cui favola (dal rigore sbagliato ai gol della rivincita umana) ha distratto dalla cruda realtà: non è un attaccante all’altezza di una squadra da scudetto, non è un attaccante adatto al campionato italiano, che presenta spessissimo circostanze tattiche come quella di ieri sera, con spazi intasati e difese molto fisiche.
La sconfitta di Cagliari è ingiusta, ma riporta la Juventus sulla terra. Mette in evidenza tutto l’eccellente lavoro di Luciano Spalletti e, paradossalmente, anche i limiti che quel lavoro aveva un po’ nascosto. Negli ultimi due mesi la Juventus ha acquisito un’identità tattica precisa, fatta di mentalità offensiva, di riaggressioni altissime e con una buona percentuale di riuscita e manda in campo giocatori più convinti, consapevoli e lucidi.
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