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Ravanelli: “Il rimpianto Juve non passa. Conte? Non l’avrei mai detto”. E su Spalletti è categorico

Puntuale. Come a Roma nel ‘96, nella notte in cui la sua zampata lo fece diventare immortale. Fabrizio Ravanelli nel tardo pomeriggio di lunedì si trova al Grand Hotel Sitea, un luogo che ha fatto parte della sua storia alla Juventus. Ha il vestito delle grandi occasioni e lo sguardo emozionato di chi sa che vivrà una serata diversa. Di chi è consapevole che riaprire il cassetto dei ricordi farà male, malissimo. Ci saranno sorrisi, ma anche lacrime. Perché per Penna Bianca la figura di Gianluca Vialli ha contorni mistici. Ravanelli non ha perso soltanto un compagno e un amico. La vita gli ha sottratto un idolo, un beniamino, uno spirito guida. Le lancette dell’orologio continuano a girare, ma le immagini della sua esistenza tornano sempre lì. A Torino, alla Juve. Agli anni con Luca. Fabrizio Ravanelli, è ancora in splendida forma. Come prosegue la vita a Marsiglia? «Molto bene, ma mi manca la famiglia. Nell’ultimo anno ho vissuto a Marsiglia da solo ed è stato impegnativo, i miei cari sono a Perugia. Questo è l’unico aspetto complicato da gestire».

Il ricordo di Vialli

È tornato a Torino per Vialli. «Sono già emozionato per essere al Sitea. Ho i brividi: questo era il luogo del nostro ritiro. Giocavamo a carte, oppure guardavamo le partite su Tele+. E poi iniziavamo a fare i primi tornei alla Play Station, esisteva già ai nostri tempi. Stavamo bene insieme, in quella Juve». Cosa rappresentava Luca per lei? «Era sempre a disposizione del gruppo. Era presenza, era sostanza. Mi ricordo quando ho avuto modo di conoscerlo a Perugia, prima dell’amichevole Italia-Scozia. Ero in Serie C, mi danno la possibilità di incontrarlo. Lui si faceva mandare le scarpe dal Giappone, io le guardavo incuriosito. Mi chiese il numero. Avevo il 43.5, come lui. Allora si alzò dal lettino mentre faceva un massaggio e mi regalò le sue scarpe. È stato uno dei momenti più belli della mia vita». Poi, qualche anno dopo, è riuscito a condividere persino la camera d’hotel con Vialli. «Lo seguivo sempre, mi affascinava il suo modo di allenarsi, la sua maniera di approcciarsi ai ragazzi giovani. Sono arrivato alla Juve a 23 anni, avevo alle spalle un po’ di gavetta. In quel periodo ha vissuto il suo periodo più complicato, era soffocato dalla pressione. C’era Trapattoni che voleva metterlo a centrocampo, si fece male al piede, fu molto criticato. Ma aveva una personalità debordante: aveva le spalle larghissime, mi ha colpito il suo modo di affrontare la pressione».

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