TORINO - Quando è squillato il telefono si è attivato subito, atterrando l’indomani sul pianeta Juventus con la valigia piena di nozioni, spunti e personalità. L’occorrente necessario per riscrivere ancora una volta la sua storia e porre rimedio - in via definitiva - ai patemi interiori. A quelli strascichi emotivi dell’esperienza in Nazionale che - poco a poco - avevano finito per rubargli il sorriso. Il tempo a disposizione per invertire la rotta? Poco, anzi pochissimo, allora niente convenevoli o ingressi “soft”, per non correre il rischio di apparire agli occhi dello spogliatoio bianconero come un marziano. Luciano Spalletti ha sfruttato i suoi secondi primordiali da tecnico della Juventus per catechizzare nei corridoi della Continassa il primo che gli è capitato davanti (Mattia Perin, ndr.), con un’affilata ironia: "Se sto bene? Dipenderà da voi…". È li che si è preso la Juventus.
Spalletti si è preso la Juve
Non la squadra - quella se l’è conquistata di seduta in seduta, diffondendo il suo smisurato verbo calcistico - ma il suo popolo, che da tempo rimpiangeva una figura che andasse oltre il grigiore delle ultime due gestioni tecniche. Il tifo bianconero, più che un mister in grado di ridare identità alla propria squadra del cuore, bramava disperatamente un condottiero, un professionista a tutto tondo, un comunicatore che potesse scuotere l’ambiente, tenere testa ai colleghi più esperti della Serie A e galvanizzare le folle sulla falsa riga di chi in panchina, qualche anno fa, si divertiva a stracciare un abito dopo l’altro. Spalletti ha preso a testate i cliché del tecnico in giacca e cravatta (pur firmando, controvoglia, una postilla che lo obbligherebbe a scendere in campo sempre in abito, al contrario di quanto faceva a Napoli).
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