Antonio Torrisi - Più di un decennio (ormai) a dire e ripetere che Antonio Conte sa esaltarsi nelle difficoltà, che sa tirar fuori il meglio da squadre non proprio costruite per vincere, che anche quando il tasso tecnico è basso, o inferiore alle altre contro cui compete, sa, grazie all’organizzazione e al carattere, ribaltare il pronostico e vincere e adesso proprio non riesce a far meglio di così?
Troppi infortuni, sì, vero. Ma anche troppe storie. Troppe lamentele, troppe polemiche. La frustrazione è comprensibile: non sono io, né qualcuno di noi, a dover sedere sulla panchina azzurra di partita in partita. Ma è proprio questo che definisce la grandezza di una sfida, no? Il doversi misurare con qualcosa di più grande. Come quando, nel 2011, ha accettato la Juventus dopo stagioni disastrose e riportandola, nel maggio 2012, a trionfare in Serie A. O come quando, al Chelsea, ha vinto non da favorito. Quelle erano sfide: le ha accettate, le ha vinte e si è costruito il “mito”.
Anche lo Scudetto vinto al Napoli ha alimentato la narrazione di un allenatore che può lavorare al meglio in condizioni sfavorevoli. Certo: poi bisogna anche ricordare le volte in cui non ha fatto benissimo. Al Tottenham, con tante difficoltà, al Chelsea prima dell’addio. In Europa sempre, coi club. E allora chi è Antonio Conte davvero? Quello (che si è sempre detto in giro) capace di vincere anche con tanti problemi, o quello che rischia di uscire dalle prime quattro? E, soprattutto, quando sta faticando a trasmettere il suo carattere a un gruppo che, come visto contro la Juventus, è sembrato scarico (e non solo fisicamente)? È arrivato il momento della verità.