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Troppo Como per una Juve senza orgoglio: Champions a rischio, Fabregas fiuta l'impresa

Arrivavano da tutte le parti. Giocavano qualsiasi pallone. Sorridevano e pensavano: davvero è tutto qui? Il Como, all’Allianz Stadium, ha praticamente parafrasato la storia del calabrone, che vola senza pensare al proprio peso, alla sua struttura, senza provare il minimo timore nel cadere. E infatti è andata così: priva di qualsiasi timore reverenziale, la squadra di Fabregas si è liberata di ogni peso ed è andata veloce, forte, leggiadra. Fortissima. Un inno alla concretezza, il 2-0 finale, le reti di Vojvoda dopo appena dieci minuti e quella di Caqueret all’ora di gioco. Per un chiaro manifesto d’intenti: non solo i lombardi sono lì, pronti all’agguato al quarto posto e a meno 1 dalla Juve, ma rischiano di arrivarci in crescendo, mentre i bianconeri sono incastrati tra le partite ravvicinate (Spalletti ne ha avute più di tutti), la chimera di una rimonta in Champions, l’ambizione che rischia di farsi pressione. E la pressione che schiaccia, esattamente come mesi fa, il turbinio di emozioni negative costato la panchina a Tudor. Certo, Lucio ha qualche alibi in più. L’ha evidenziato persino con la formazione iniziale: è tornato a una difesa più robusta, con Kelly centrale in sostituzione di Bremer e Koopmeiners ancora braccetto; McKennie si è fatto largo a destra, Miretti ha invece riempito la mediana con Yildiz libero di svariare, come da seconda punta.

Ancora un errore a mettere in salita il match

Del resto, Openda - la scelta a sorpresa - ne aveva bisogno. Eccome. Anche solo per trovare la profondità, per dettarla in attesa di un passaggio che non è in fondo mai arrivato. Pure per la bravura del Como: Caqueret ha fatto le veci di Nico Paz, Vojovda alto è diventato a tratti un quinto aggiunto. Perrone e Da Cunha sono parsi la versione qualitativa di Locatelli-Thuram: oltre alla grinta, han messo tutto il resto. Così è iniziata e così si è instradata la gara, immediatamente sui binari preferiti dagli ospiti, in un contorno comunque di contestazione: oltre ai fischi all’inno della Lega Serie A, i cori si sono sostanzialmente sprecati. Mai carini. Come avrebbero potuto? Tutto lo stadio a partecipare, col fiato spezzato esclusivamente dal primo intervento bianconero dopo 5 minuti: un destro dal limite dell’area di Yildiz, Butez bravissimo a metterci le mani, la sensazione di trovarsi davanti alla scossa necessaria per cambiare la storia della partita. Va da sé: totalmente illusoria. Sostanzialmente ingannevole. Sette minuti più tardi, la prima uscita comasca ha portato Vojvoda a dribblare Koopmeiners e a calciare col sinistro. Da Di Gregorio appena un tocco, il pallone alle sue spalle. La certezza: ancora un errore a mettere in salita il match. Che non è cambiato, infatti. Non ha saputo farlo.

Dalla curva è piovuto di tutto

Nemmeno con il lancio di Kelly - il primo, l’unico - a scavalcare la difesa avversaria, Openda in avanti e il tentativo di scavetto; neanche con il pasticcio di Koop sul quale Di Gregorio è impaurito e rilancia male, favorendo l’anticipo di Da Cunha, traversa alta a porta spalancata. Avrebbe potuto dare un’inerzia differente. Invece è stato un copione unico, come un canovaccio con una sola frase: il Como ad attaccare, la Juventus a difendere. È accaduto al 40’, con Valle che l’ha lisciata a due passi dalla porta; è accaduto al 7’ della ripresa, con Gatti che almeno ha salvato sulla botta sicura di Douvikas. Dalla curva, all’ora di gioco, è piovuto di tutto. Su ogni altra imprecazione, l’invito a tirare fuori gli attributi. Risposte? Neanche l’ombra. Anzi, un’ombra sì: lo spettro che potesse crollare davvero tutto, subito dopo la rete del 2-0 di Caqueret, perfetto nell’andare a chiudere un super contropiede a sentenziare la punizione. Netta. Però giusta. Da lì in avanti, la Juventus ha fatto persino dell’altro per meritarselo: ci ha provato Koopmeiners di testa, un tentativo di Boga è stato ribattuto, negli ultimi 10 minuti il palo (ancora) di Koop su calcio piazzato e David ha avuto pure il tempo di divorarsi un gol da posizione perfetta. A fine partita, Spalletti ha ammesso di essersi sentito nuovamente al punto di partenza: è stata la sensazione dello Stadium intero.

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