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Torino, servono fatti e non storielle: Cairo spalle al muro, le scuse sono finite

È significativa, la mole impressionante di “grazie” che stanno arrivando a Tuttosport - attraverso messaggi personali, post sui social, commenti sui siti d’informazione (compreso quello del Torino Fc, prima che togliessero il link a youtube), o direttamente in redazione - con riferimento al mezzogiorno di fuoco granata in cui Marco Bonetto ieri ha messo Urbano Cairo spalle al muro dei suoi fallimenti. Significativa per due ragioni: 1) una volta i giornalisti facevano (cioè diventavano) notizia quando non rendevano onore al loro mestiere, oggi invece accade il contrario; 2) i tifosi del Toro non ne possono talmente più di Cairo da vivere come un momento di esultanza, di rivalsa, di riscatto (con diritto) non già le vittorie - ehm - della squadra quanto le rare circostanze in cui il suo ventennale proprietario viene sconfessato in pubblico da una critica non compiacente se non in tutto asservita. Una volta - vuoi per pregiudizio, vuoi per spirito d’appartenenza – mai un tifoso avrebbe parteggiato per un cronista critico anziché per la propria società calcistica; adesso, invece, è come se Bonetto avesse fatto gol al posto di Simeone. Un quarto d’ora di domande incalzanti, precise, senza preamboli ossequiosi ma previa esposizione di fatti e non di opinioni: numeri, date, circostanze, parole dette e ridette però mai concretizzate in realtà, di fronte a cui Cairo - specialista nel fare il muro di gomma o nel deviare i discorsi - è parso stavolta disarmato, impedito nel fare ricorso al solito campionario di scuse e pinzillacchere (pur provando a scaricare colpe qua e là: perfino sulla Fondazione Filadelfia), mai credibile, quasi impotente, a tratti fin patetico.

Il Toro ha smesso di esistere

Vedi quando gli è stato chiesto dello stadio, lui ha cercato di svicolare, ribaltando i presupposti e la cronistoria della vicenda, e subito zittito dalla replica: “Sta dunque dicendo che il sindaco ha mentito?”. No, non poteva dirlo: del resto, a ‘sto giro manco è riuscito a ritirare fuori la storiella dei palloni che non c’erano quando arrivò lui a “salvare” non si sa bene che cosa. Di sicuro non il Toro, che con Cairo ha da tempo smesso di esistere, nel senso di pulsare, di esprimere sé stesso, i suoi valori, le sue prerogative, come corpo unico, pugno chiuso e sedia al cielo. Al suo fianco, un D’Aversa che si sarà chiesto, o forse reso conto, dove sia capitato. In un posto dove la solita stucchevole retorica granatista non regge più, non basta più; anzi, non ha più senso. Il re non è ancora nudo, ma il velo di protezione e (ingiustificata) riverenza, e a volte di ignoranza, si sta vieppiù sollevando. Lasciando intravedere le vergogne.

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