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Juve, i rossi di bilancio e quell'amore dei tifosi

Chiamateli rossi di bilancio, perché sono cartellini che possono espellere, ingiustamente, ottanta milioni dai conti della Juventus. Quindici li vale, da solo, il mancato passaggio agli ottavi di finale di Champions, condizionato in modo determinante dal signor João Pinheiro e dalla ridicola espulsione, che l’inadeguato portoghese ha decretato nei confronti di Kelly. Sessantacinque, come minimo, li vale la qualificazione alla prossima Champions, frenata dall’inopinata espulsione di Kalulu durante Inter- Juventus. Chiariamo subito: né il rosso sventolato in faccia a Kelly per un fallo inesistente, né quello beccato da Kalulu, per la simulazione di Bastoni, sono stati gli unici fattori a determinare i risultati delle due gare. I sanguinosi errori difensivi della gara di Istanbul e le clamorose toppate offensive di David e Zhegrova, nella notte di mercoledì, pesano tantissimo sull’eliminazione. E, parimenti, se la Juve non arrivasse al quarto posto, non potrà dare la colpa a La Penna, ma ai punti persi per strada, spesso in modo ingenuo in partite facili. Questi concetti è meglio ripeterli come un mantra, perché è un attimo farsi prendere la mano e spiegare i guai del mondo dando sempre la colpa a un altro. Tuttavia è comprensibile che la proprietà e i dirigenti della Juventus siano furibondi, perché quando si governa una Società per Azioni quotata in Borsa si hanno responsabilità importanti.

La furia di Comolli

E l’idea che un quinto del fatturato possa sfumare per errori altrui, peraltro così madornali, fa diventare matti. Perché se la Juventus non dovesse arrivare quarta, dovranno risponderne in tanti, da Comolli in giù, ma del maxi buco nel bilancio non ne risponderà in nessun modo La Penna, nonostante l’errore sia stato riconosciuto e venga considerato oggettivo. Certo, sono i rischi connessi allo sport business, il cosiddetto “fattore aleatorio”, che può determinare una sconfitta e la perdita di milioni, attraverso una svista dell’arbitro o una sciocchezza del tuo portiere. E di quel fattore bisogna sempre tenere conto. Per contro, non deve essere facile mantenere la calma quando, per due volte in dieci giorni, in due situazioni decisive per la stagione, ci si trova di fronte alla stessa odiosa superficialità del direttore di gara. Insomma, la furia di Comolli, espressa ieri a Londra, con adeguato contegno britannico, merita solidarietà. Se non altro perché, essendo francese, non sa che, in Italia, su due episodi del genere c’è chi potrebbe costruire una narrazione di trent’anni e oltre, celebrando gli anniversari con interviste e cotillon.

L'errore di David e la rabbia di Spalletti

Le incazzature, però, non fanno gol. Quelli, di solito, li fanno i centravanti. E, qui, la furia diventa quella di Spalletti, che ne aveva chiesto uno a gennaio, ma si è trovato a schierare McKennie centravanti a Istanbul e a osservare, mesto, il goffo errore di David nella magica e amara gara di ritorno a Torino. Abbiamo più volte analizzato in modo approfondito il perché, alla fine, i vertici bianconeri non abbiano preso l’attaccante a gennaio. L’errore non è giustificabile (soprattutto se dovesse costare il quarto posto), ma il contesto è importante e concede attenuati a Comolli. In giro non c’erano esattamente dei Van Basten o degli Haaland, ma in compenso i prezzi o le condizioni di vendita erano quelle. E prendere un tappabuchi, pagandolo come un 9 di classe, per poi non sapere cosa farsene a fine stagione, era un rischio che non si può permettere nessuno, a maggior ragione una società che sbaglia gravemente il mercato da tre anni a questa parte. Poi, siccome il karma è bastardo: se la Juve avesse preso un attaccante, David non solo non si sarebbe infortunato, ma avrebbe segnato una tripletta a Istanbul.

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