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Spalletti e la Juve, si decide tutto contro la Roma. Anche il rinnovo

Roma caput Lucio. Si incrociano ancora una volta i destini della Roma calcistica e dell’allenatore che nella capitale ha lasciato un’impronta indelebile. È a Roma che Spalletti è definitivamente entrato nella ristretta cerchia dei grandi tecnici. Nonostante quel maledetto scudetto arrivò soltanto a sfiorarlo. Fu il pioniere del 4-2-3-1 con l’invenzione di Totti centravanti, o falso nueve se preferite. Fu lui, con la sua intuizione, a regalare una nuova vita calcistica al fuoriclasse di Porta Metronia e ad allungargli la carriera. Fu uno dei primi a intuire che la morfologia del football stava cambiando, che il futuro dei trequartisti sarebbe stato duro. Spalletti visse anni da sinonimo di Roma e romanità. Ne era un ambasciatore. Prima del controverso ritorno che qualcuno si spinse a definire tradimento culturale. Ironia della sorte, venne assegnato proprio a Luciano l’ingrato compito che solo lui poteva portare a termine con successo: chiudere la storia professionale tra la Roma e il Capitano. Furono giorni, settimane, mesi pesanti. Molto pesanti. Di forte stress. Tra liti continue. Clamorose esclusioni dalla rosa. Briciole di partita che Totti trasformava in oro: ogni pallone che toccava, entrava in porta. Interviste all’insegna di “piccolo uomo”. I giorni dell’abbandono, avrebbe scritto Elena Ferrante. Fu una fine lacerante. Che lasciò il segno. Soprattutto su Luciano. Perché ne è passato di tempo prima di arrivare alla pace suggellata da uno spot pubblicitario. E quel tempo è stato denso di malignità, di documentari e serie tv non proprio affettuosi con lui.

Spalletti torna a Roma

Stasera Lucio torna a Roma. In quell’Olimpico che lo ha fischiato. E sarà Roma, quello stadio, a decidere il suo destino. Una sconfitta significherebbe addio ai sogni Champions. La Juventus andrebbe a meno sette. E nonostante i buoni propositi sbandierati dalla società sul rinnovo di contratto, si sa come vanno queste cose nel calcio. Probabilmente in cuor suo Spalletti lo sa fin troppo bene. Ne ha viste e attraversate tante. Eppure la Juventus è sembrata realmente l’occasione della redenzione dopo la tormentata avventura in Nazionale. Forse l’unica volta in cui il tecnico di Certaldo non ha trovato il bandolo della matassa. In quel ruolo non si è mai sentito a suo agio. La Juventus, invece, l’ha raddrizzata. L’ha fatta giocare a calcio come sa fare lui. Anche senza un centravanti degno di questo nome: Vlahovic è durato troppo poco. Ha provato persino a recuperare Koopmeiners, il che equivale a un triplo carpiato ritornato. Ci sta ancora provando, con alterne fortune. Sembrava che ce l’avesse fatta a raddrizzare la barca. Prima di quella maledetta sera di San Siro. Notte di Kalulu e di Bastoni, altro che notte di coppe e di campioni come cantava Antonello Venditti. Come accade a volte nel pugilato, gli effetti del cazzotto li avverti con un po’ di ritardo. E la Juve li ha patiti nel secondo tempo di Istanbul, contro il Galatasaray. È uscita dalla Champions nonostante l’orgogliosa partita di ritorno, in dieci uomini. Tutto sembra remare contro. Ma non è da Lucio abbandonarsi ai segni del destino. È uomo di terra. Sa che se coltivi e semini, i risultati prima o poi li ottieni. E lui il terreno dell’Olimpico lo conosce fin troppo bene. In fin dei conti, meglio giocarsela qui che altrove.

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