È marzo 2026, sembra marzo 2024. Due anni fa, come oggi, Sarri era alla guida di una Lazio in caduta libera, senza più futuro. Inabissata in classifica, senza spirito, scarica. Quella Lazio, in parte, non lo supportava più. Il 13 marzo, dopo il ko interno con l’Udinese, Mau rassegnò le dimissioni, spinto anche da problemi familiari. Fu lui a sollevare Lotito dall’imbarazzo. Quel gesto, assicurano in tanti, non è ripetibile. La Lazio attuale è stata definita «triste» da Sarri, parole sue a Torino. Non c’è lo spogliatoio di una volta, non ci sono i big ribelli di quel tempo, ma alcuni effetti in campo sono simili: squadra in caduta libera, svuotata, senz’anima, annientata dagli infortuni, ma anche qualitativamente scadente. C’è una differenza sostanziale rispetto al marzo 2024, è la semifinale di Coppa Italia di domani. Un ultimo obiettivo, realistico o meno, deve rianimare la Lazio. «Siamo morti», s’è lasciato scappare Sarri a Torino. Ha tradito preoccupazione: «È una situazione in cui tutti quelli coinvolti vedono un futuro nebuloso, anche chi scende in campo, questo toglie entusiasmo nel lavoro quotidiano e in qualche partita». Un’ombra lunga, inquietante. Messaggi che non possono non colpire Lotito e Fabiani, che non possono fare da semplice sottofondo.
Scenari Lazio
Da Torino all’Atalanta saranno trascorse 96 ore. L’andata della semifinale vale come primo bivio. Se la squadra non reagirà, se non darà segnali, non si potrà escludere nessuno scenario. Lotito e Fabiani, come nel 2024, si sono affidati sempre a formalismi di facciata blindando il progetto Sarri. Altre cadute, soprattutte sonore, potrebbero portare ad una riflessione. La speranza è che la Lazio batta un colpo domani. Le motivazioni non possono mancare: «Come trovarle? Nel percorso in Coppa Italia abbiamo eliminato le finaliste della scorsa edizione e ora giochiamo contro l’Atalanta, una squadra forte, è un percorso difficilissimo. Ci sono momenti, nel calcio come nella vita, in cui lotti per il primato, in altri lotti per salvarti, poi ci sono momenti in cui devi lottare per un ottavo-nono posto. Conta la mentalità», un’altra delle frasi chiave di Sarri a Torino. Le ha provate tutte da agosto per ovviare al mercato chiuso, per resistere agli infortuni. Tutto è stato troppo. Ha risistemato la difesa, dando priorità agli equilibri. Ha ripescato gli esuberi, ha valorizzato giocatori persi, ha inventato ruoli, ha provato a cambiare modulo, ha rinnegato se stesso, ha abolito ogni suo oltranzismo, ha fatto esordire i nuovi acquisti senza apprendistato. E’ passato da papabile regista di mercato a «dipendente». Ogni intervento non è bastato a colmare mancanze e a risolvere i problemi cronici. Sarri prima di Torino ha organizzato allenamenti mirati per provare a sbloccare gli attaccanti, per svoltare in fase offensiva. Si è lavorato sui movimenti senza palla, sull’attacco degli spazi. Non ha molto altro da fare. Non può segnare lui. Ma su due cose non si può derogare: l’impegno e la fame. E qui Sarri deve riuscire ad incidere. A Torino non ci è riuscito.
Il contratto di Sarri
L’uno farebbe a meno dell’altro. Sul futuro di Lotito e di Mau, comunque andrà il finale di stagione, nessuno si sente di scommettere. Sono legati da un contratto da 2,5 milioni netti più bonus fino al 2028. E’ un accordo che protegge l’allenatore, espone la società a un grosso esborso. Sarri è rimasto per amore dei laziali, a giugno sarà costretto a valutare offerte convenienti. Lotito è alle strette come mai prima, non può più ragionare al risparmio, chi paga è la Lazio. Finora ha resistito alla tentazione dell’esonero, ha digerito a fatica tutto ciò che Sarri ha detto. Non può restare impassibile all’infinito. Senza scossa toccherà a lui la mossa.
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