Il ricordo di Vialli
Esiste una Juventus senza Agnelli? «No, non può esistere. Credo che la Famiglia rappresenti tutto per il mondo juventino e non solo. Gli Agnelli sono stati una palestra di vita nel capire come bisognava comportarci, il modo di vivere. Te lo porti anche quando lasci il club: una volta che rappresenti la Juventus, lo fai per sempre». Per sempre c'è anche il ricordo del suo idolo, Luca Vialli. «Non mi vergogno a dirlo: in certi momenti sono stato anche il suo tappetino. Era talmente grande che lo seguivo in tutto e per tutto. Una persona incredibile, di un'umanità e di una leadership, persino silenziosa. Non ha mai urlato e ha sempre fatto passare la sua guida con il comportamento». Quando vi siete conosciuti? «Giocavo nel Perugia, ancora in Serie C. La Nazionale di Vicini era arrivata in città e avevo chiesto il permesso di vederlo. Sono andato negli spogliato i, mentre si stava facendo massaggiare. Gli ho chiesto un dettaglio sulle scarpe, mi ha chiesto il numero e mi ha preso un paio nuovo di zecca. Arrivavano dal Giappone, non ha esitato. Questo era Luca Vialli».
Spalletti alla Juve
Alla Juve in camera insieme. «Un altro aneddoto: Trapattoni fa il giro delle stanze e viene a chiedere a Gianluca le sue condizioni. Vialli gli fa: "Mister, preferisco saltare questa per recuperare meglio per la partita in Coppa Uefa". Il Trap gli dà l'ok, poi mentre esce Luca torna a parlargli: "Mi raccomando, però. In campo deve andare Fabrizio, che è in forma". Il mister gli risponde che l'allenatore è ancora lui. Poi, al pomeriggio, nel briefing pre partita, vedo la formazione titolare: sono negli undici. E finisce 4-3, e per me è una partita determinante per il futuro». Ci consenta un accenno di attualità: Spalletti è l'uomo giusto? «Credo possa aprire un ciclo come ha fatto Lippi: abbiamo sempre espresso un grande calcio, c'è qualcosa da sistemare come la difesa, ma è certamente l'uomo giusto. Ho incontrato Luciano alla serata in memoria di Gianluca: tempo fa gli avevo detto che un giorno mi sarebbe piaciuto vederlo sulla panchina della Juve». Ma tirare fuori il carattere, da questi giocatori, si può fare? «Si può fare. Ora la Juve si sta ricostruendo, ma sono convinto che dal prossimo anno saranno pronti a lottare per vincere lo scudetto».
Le emozioni della Coppa dei Campioni
Arriviamo alla finale, a tutto quello che è accaduto. In mezzo a voi, a far festa, c'è Gian Piero Ventrone. «Il nostro Marine. Colui che ha cambiato la metodologia dell'allenamento nel 1994. Un lavoratore incredibile, un amico sempre disponibile a tutti gli orari: ci ha lasciato troppo presto. Se oggi dovessi proporre quei metodi ai top club, fidatevi che mi lascerebbero subito a casa...». Ma cos'ha pensato quando ha alzato la Coppa dei Campioni al cielo? «Ho rivisto le foto mille volte: è il mio film, il film della mia vita. A volte la guardo e dico: ma non è possibile. Sarò sfacciato, ma in quel momento mi sono sentito il Re Leone. Far gol in una finale di Champions, essere protagonista di un momento del genere, battere la squadra - a detta di tutti - più forte d'Europa, quell'Ajax che sconfigge il Milan dei tre olandesi: incredibile». I più forti con cui ha giocato? «Del Piero e Baggio: potevano cambiare la partita in qualsiasi momento». Oggi qual è il suo rapporto con la Juventus? «La Juve è dentro di me. E nei miei figli: ne ho tre, 31 anni, 27 e 21. Sono loro a ricordarmi quando giochiamo, i risultati, le notizie. Conoscono ogni partita di quando giocavo io e non se ne perdono una neanche oggi. Con loro vivo ancora tanto in bianco e nero».
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