TORINO - Luciano Spalletti ha scelto la Juventus e pure quale Juventus, a scanso di equivoci. Nella sua testa c’è una sola versione possibile: quella competitiva per i massimi traguardi. Il rinnovo in bianconero, presto nero su bianco, era principalmente subordinato al soddisfacimento di alcune esigenze tecniche. Parafrasato: servono giocatori del livello giusto. Il concetto è espansivo ma pure conservativo. "Se non sei da Juve ti sgamano subito", diceva qualche settimana fa. E Lucio, in quattro mesi e mezzo di Continassa, qualcuno che non risponde agli standard di qualità richiesti lo ha individuato. Non è una colpa, ma l’assenza di un requisito - anche attitudinale - che non può mancare. Perché il pallone non mente, mai. Le scelte delle ultime partite? Nemmeno. Gli uomini di Lucio, quindi da Juve, ballano senza maschera e corrono spediti verso la Champions da un paio di settimane. Il minutaggio c’entra ma fino a un certo punto, conta l’affidabilità.
I punti fermi di Spalletti
Fa rima con Bremer, perno imprescindibile della difesa. Ora anche di quella del Brasile da cui Gleison è stato nuovamente convocato a distanza di quasi due anni dall’ultima volta: "Ho attraversato momenti molto difficili, un grave infortunio al ginocchio e poi un altro intervento al menisco, ma la speranza di tornare in nazionale e lottare per un posto nella Coppa del Mondo è sempre stata lì". Sempre lì è Kalulu, tatticamente sublimato, più che evoluto, sotto la gestione di Spalletti. Ci ha rinunciato solo se obbligato. Ha invece caldamente consigliato, alla società, il rinnovo di McKennie, che gli piace più di tutti per duttilità e predisposizione, dopo aver benedetto quello dell’alieno Yildiz. Entrambi sono inevitabilmente centrali nel progetto.
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