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Juve oltre la crisi dei bomber: Spalletti, ecco i gol che non t’aspetti

TORINO - La realtà, come spesso accade, si può interpretare partendo da prospettive differenti se non addirittura opposte. In questo caso la realtà racconta di una Juventus che a questo punto del campionato ha il secondo miglior attacco delle Serie A: 57 gol, in coabitazione con il Como. Secondi, sì, ma a ben 21 reti dall’Inter capolista con un distacco che, alla fine dei conti, sostanzia la differenza in classifica visto che sia i bianconeri sia i nerazzurri hanno subito 29 gol. Dai freddi numeri si può dunque passare all’interpretazione partendo dai succitati punti di vista differenti. Il primo si riferisce al rammarico per ciò che avrebbe potuto essere della stagione bianconera se la Juve avesse potuto disporre di attaccanti efficienti; il secondo in ottica positiva circa il contributo offerto dai giocatori degli altri reparti e al lavoro tattico in chiave offensiva svolto da Luciano Spalletti.

Il ruolo di Yildiz

Per esaurire il primo punto, basta citare i numeri realizzativi degli attaccanti bianconeri in campionato: 6 di David e 2 di Vlahovic, zavorrato dal lungo infortunio muscolare, l’unico di Openda e gli zero di Milik, rientrato e subito risucchiato dai guai fisici. Ecco, se paragoniamo questo rendimento ai colleghi di reparto nerazzurro, il confronto risulta impietoso con Lautaro a quota 16 (e si è visto quanto abbia pesato la sua assenza sul rendimento dell’Inter), Thuram a 11 e Pio Esposito a 6. Insomma, il confronto è eloquente e autorizza il rammarico spesso per ciò che avrebbe potuto essere se ci fosse stato un altro rendimento offensivo. Perché va bene che nel calcio moderno un attaccante deve saper fare molte cose (il raccordo tra i reparti, tenere alta la squadra e altro ancora) ma il suo compito principale resta quello di buttarla dentro. Poche storie. In assenza di questo ci si deve ingegnare e la Juventus spallettiana ci è riuscita bene grazie alla rotazione, ai movimenti e all’attitudine offensiva di alcuni elementi, Yildiz e McKennie su tutti. Certo è molto sottile il confine per la definizione del ruolo del ruolo di Kenan, che non è attaccante puro ma che ha una confidenza notevole con il gol, tanto da essere il capocannoniere bianconero con 10 centri. Poi, sì: Spalletti ha provato a schierare anche lui in una posizione di centravanti mobile, ma le migliori performance Yildiz continua a garantirle partendo da lontano, sinistra o centro dello schieramento che siano, più che da punta. E comunque efficace considerato il peso specifico di molti suoi gol e non solo quello numerico.

La carta McKennie e la difesa

Lo stesso discorso vale per Weston McKennie, il manifesto più nitido della filosofia spallettiana sulla fluidità dei ruoli. L’americano ha affinato sempre meglio la sua attitudine naturale agli inserimenti offensivi che gli consentono di sfruttare il tempo nel colpo di testa e la capacità di trovare gli spazi giusti tra i difensori, molto più che tra le linee come predica sempre l’ex ct. Già ai tempi di Allegri, McKennie aveva spiegato che alla Juve aveva imparato a non “correre più per il campo come un pollo senza testa” e, adesso, il pollo si è trasformato in un leone che ha ruggito 5 volte in campionato. Ottimo l’impatto di Boga che ha segnato reti speciali (pesantissima l’ultima a Bergamo contro l’Atalanta) e che, anche lui come Yildiz, ha indotto Spalletti a riprovare in concreto la suggestione del “falso nove”. Un poco sotto media l’apporto di Conceiçao, fermo a tre reti, soprattutto in relazione alle opportunità che il ruolo gli ha concesso, mentre è tutt’altro che banale il contributo del reparto arretrato con i 4 gol di Bremer, i 3 di Cambiaso e i 2 ciascuno di Kalulu e Gatti. Latita, ed ecco un’altra differenza pesante con la capolista, il peso dei centrocampisti che si limita alle 3 marcature di Thuram e all’unica di Locatelli con Koopmeiners desaparecido. I numeri, insomma, premiano il lavoro cooperativistico, Ma i numeri raccontano anche altro e, cioè, che nelle ultime sei partite la Juve ha subito un solo gol invertendo la tendenza negativa della fragilità difensiva e confermando il vecchio adagio secondo cui è importante non prendere gol perché, tanto, prima o poi uno lo segni...

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