È un popolo sofferente, ferito, colpito, ma sempre fiero, orgoglioso e colmo di speranze quello che oggi sentirà il sangue granata scorrere più velocemente nelle vene. E guardando in alto manderà un bacio verso il cielo. Che poi, diciamocelo, chi tifa profondamente Toro, chi ha dipinto il cuore di granata, chi ancora e sempre spasima, da anni o da decenni, non invia baci al cielo solo il 4 maggio, ricorrenza tragica, anniversario tristissimo. La morte del Grande Torino: 1949, ormai 77 anni fa, alle ore 17 e 03, orario indicativo (quando l’aereo non rispose più ai radiomessaggi inviati da terra, dal campo volo: il vecchio aeroporto di Torino prima di Caselle).
Grande Torino: la tragedia di 77 anni fa
Fu come l’occhio di un ciclone a inghiottire l’aereo. Caddero in 31, e con loro 31 famiglie. Cadde una squadra che era un mondo, una nazionale e una nazione, un Paese con i suoi sogni di rinascita. Il Grande Torino: anche una lezione di vita e non solo di sport, un’espressione di democrazia e di libertà, di pulizia, di impegno sociale. È un popolo sofferente, ferito, colpito, ma sempre fiero, orgoglioso e colmo di speranze quello che oggi sentirà il sangue granata scorrere più velocemente nelle vene. È un popolo che onora la sua storia, certamente, e che si augura, invoca, agogna, implora, prega per un futuro nuovo, diverso, più “vero”, più granata, non solo più vincente, banalmente vincente. Un futuro migliore rispetto a questo presente modestissimo e a un passato senza sale (eufemismo), spesso senza una sufficiente dignità sportiva, visto il grigiore di questi due decenni cairoti e di quanto era stato propinato in precedenza al popolo del Toro, dalla seconda metà degli Anni 90 in poi.
Quattro maggio: una speranza granata
Oggi, giorno feriale, non potremo rivedere le migliaia e migliaia di persone vestite, bardate di granata che un anno fa, prima di salire a Superga, solcarono le vie del centro cittadino (marcia popolare organizzata apposta dai tifosi: il 4 maggio cadeva di domenica) per urlare il proprio orgoglio, la fierezza, il malcontento, la voglia di altro, di una svolta vera. Nonché l’amore per il Toro inteso come entità, essenza, ideale. Un qualcosa che va oltre la “materialità” di una squadra. Ed è proprio per questo che il tifoso granata sente vivo dentro di sé il Grande Torino. E lo vede vivo nel cielo del ricordo, del rispetto, del culto. È una rotta, non solo un simbolo. Un insieme di valori senza tempo. In questo, il 4 maggio è anche speranza. Non è solo tragica ricorrenza.
Toro, la commemorazione e l'assenza di Cairo
Cielo molto nuvoloso, momenti di pioggia previsti nel pomeriggio: il 4 maggio, oggi, rievocherà in parte quel giorno, per evocazione. Alle 12 al Cimitero Monumentale si terrà la commemorazione davanti alla lapide che ricorda i caduti e poi, nei pressi, davanti alle tombe di diversi di loro. Ci saranno i parenti degli Invincibili, autorità cittadine (annunciati gli assessori Foglietta e Carretta), una delegazione dirigenziale del Torino e naturalmente molti tifosi. Il sindaco Lo Russo e autorità della Regione saranno a Superga per la Messa in basilica, che come sempre verrà celebrata con inizio all’ora della tragedia, 17 e 03. A seguire, la lettura dei nomi alla lapide da parte del capitano granata, Zapata, e la nuova benedizione. Nelle cerimonie sarà don Gian Luca Carrega a celebrare, al posto di don Riccardo Robella, il cappellano granata rimasto vittima di un grave incidente stradale a novembre, costretto a una lunga riabilitazione. Non ci sarà Cairo, quasi certamente. Come l’anno scorso. Una scelta, ha lasciato intuire giorni fa, dettata dalla volontà di non sollevare ulteriori forme di contestazione con la sua presenza. Sarà un 4 maggio particolare. In ogni caso, non sono mai omologabili il popolo del Toro, il rispetto e il culto per il Grande Torino, l’epica viscerale dell’amore granata. Il tifoso del Toro è sempre qua. Nonostante tutto.