****Stefano Silvestri -****Poco da fare: se Massimiliano Allegri è considerato l’allenatore risultatista per eccellenza, anche il calcio lo è. Nel senso che se fai bene vieni esaltato, se non fai bene vieni sotterrato. E “far bene”, nel caso specifico, significa “vincere”. Ecco: il Milan non sa più che cosa voglia dire vincere. Lo ha fatto solamente due volte nelle ultime sette giornate, un periodo nerissimo che si è trasformato in un circolo vizioso di sconfitte, crolli, contestazioni. E nel rigonfiamento delle convinzioni di chi indica l’allenatore come il massimo colpevole.
Allegri non lo è. Ha a disposizione una rosa da primi posti, non da primo. Sta tenendo il Milan in linea di galleggiamento con l’obiettivo prefissato all’inizio della stagione, ovvero il ritorno in Champions League, meta che il tecnico ricorda quasi ossessivamente ai disfattisti in ogni conferenza stampa o intervista. Certo, il crollo verticale dell’ultimo mese e mezzo non era pronosticabile e non è oggettivamente giustificabile. Perdere così contro l’Udinese non si può accettare, lo stesso dicasi per il ko di domenica contro il Sassuolo, pur con un uomo in meno dal 24’ del primo tempo per l’espulsione di Tomori.
Però in ballo ci sono soprattutto le lacune di una rosa ancora imperfetta: da una difesa che prima pareva imperforabile o quasi e poi è tornata a concedere troppo come nelle passate stagioni, a un attacco che - tra le lune e gli infortuni di Leao, il clamoroso digiuno di Pulisic, il rendimento insufficiente di Nkunku e Fullkrug, il pallido Gimenez - non ha mai dato garanzie. Il rendimento offensivo delle ultime giornate è disastroso: appena quattro goal segnati, di cui tre al Torino e l’altro al Verona.
Allegri le ha provate tutte, ha cambiato gli interpreti e per una partita anche il modulo. Ora ha pure perso il faro Modric, rimpiazzato non a dovere da Jashari. Ha le sue colpe, come ogni allenatore in una situazione del genere, ma pensare di non ripartire da lui per la stagione che verrà sfiorerebbe la follia. Qui si rischia di guardare il dito e non la luna, fermandosi alla superficie e dimenticando tutto quel che di buono è stato fatto rispetto all’anno scorso. Quello sì, davvero disastroso. Come rammentato dallo stesso Max domenica, “non possiamo buttare 10 mesi di lavoro fatti in un certo modo". 10 mesi che rimangono lì, sotto gli occhi di tutti. E che hanno portato alla costruzione di un obiettivo europeo che non solo resta possibile, ma che è ampiamente alla portata.