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"Più di 5000 sospesi nel vuoto. Mio fratello mi cercò tra i cadaveri": l'incubo Heysel vissuto da un tifoso della Juve

L'inizio di un incubo e l'arresto in Belgio

Hai percepito da subito la gravità di quanto fosse accaduto?

“No, assolutamente. Ho cominciato a documentarmi e a vedere le immagini solo alcuni anni dopo attraverso la televisione, prima non riuscivo a farlo. Ho avuto un incontro anche con Veltroni e ho fatto diversi approfondimenti sulla vicenda per capire quali fossero state tutte le reali responsabilità. Io non ho visto quello che è avvenuto dopo la carica dei tifosi inglesi perché sono riuscito a finire sulla pista di atletica, dove c’erano i gendarmi che provavano a respingerci e a rimandarci dentro per paura che potessimo invadere il campo e generare ulteriori scontri. Quando loro ci hanno attaccati c’erano circa 5000 persone italiane sospese nel vuoto, te non riuscivi ad andare dove volevi, avevi le gambe intrappolate e venivi trasportato dalla massa di persone che ti alzava di peso e ti trascinava indietro. La mia fortuna è stata quella di fare uno scatto giù e uscire dalla porta che dà sulla pista di atletica. Da li mi sono addentrato sulla pista e, non so per quale ragione, invece di andare dove erano tutti gli altri sotto la tribuna per essere soccorso, sono andato nel lato opposto, sotto la curva della Juve e sembrava che io chiedessi il loro intervento, invece, io ero li per chiedere aiuto e cercavo di dimenarmi il più possibile per farmi capire. Poi da li mi hanno preso due poliziotti e mi hanno portato all’esterno dello stadio per caricarmi su una camionetta insieme ad altri due tifosi inglesi per portarci in gendarmeria. Io non ho avuto il sentore di nulla, per me era finito li. Poi, la mattina successiva mi hanno raccontato quello che era successo ma non in maniera dettagliata. Ho incontrato due persone che mi hanno aiutato a fare il biglietto per Lussemburgo: erano un giornalista de La Stampa con suo figlio e un altro signore siciliano. Non avevano contezza della gravità della cosa perché era successo dalla parte opposta dello stadio rispetto a dove erano loro. Quando tornai a casa due giorni dopo appresi tutta la tragedia nel suo essere”.

Cosa pensavi nel momento in cui ti avevano arrestato e come sei stato trattato dalla polizia belga?

“Loro mi hanno preso il braccio e me lo hanno tirato dietro fino a farmi cadere giù. Lì è stato l’unico momento in cui ho avuto realmente paura di morire, perché la camionetta era partita a 200 kilometri all’ora e io non sapevo il motivo. Ora, se contestualizziamo tutta la situazione, hai 17 anni, sei in un paese straniero, con tutto quello che stava succedendo nello stadio, la prima cosa che ho pensato è stata: “Questi mo ci portano da una parte e ci fanno fuori”. Però è assurdo se ci pensi, sei in Europa, sei in mano alla polizia, non ti può succedere nulla. Ho avuto quel presagio anche per il modo folle in cui sono partiti. Arrivati in gendarmeria, sapendo parlare anche un po' di francese sono stato più fortunato rispetto ai due tifosi inglesi, perché non potendo rispondere alle loro domande sono rimasti un bel po' di più dentro”.

In quel momento non eri ancora a conoscenza della gravità della situazione, sei riuscito a pensare alla partita anche solo per un istante, o eri totalmente in balia degli eventi?

“Sinceramente no. Io ho pensato solamente a tirare fuori le gambe. I gendarmi, da quanto mi era stato detto, avrebbero dovuto accompagnarmi a Charleroi, invece verso le 4 e 30 mi hanno buttato fuori dalla caserma, abbandonato a me stesso. In quel momento l’unico pensiero che ho avuto era quello di trovare la stazione, che non sapevo dove fosse ma che sono riuscito fortunatamente a trovare. Arrivato fuori dalla stazione mi sono trovato con circa 500 tifosi inglesi che dormivano e transitavano davanti all’ingresso, quello per me fu un grosso problema. Non ho avuto alcun modo di pensare alla partita o al risultato. Lì fuori, quando ho sentito parlare italiano, ho conosciuto questo giornalista e un signore di Messina che mi hanno offerto l’acqua e mi hanno aiutato a tornare almeno a Lussemburgo con il treno perché non avevo con me ne documenti, ne soldi. Volevo solo andare via dal Belgio e tornare a casa”.

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