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Girelli: "Juve, non è un addio. Vi racconto l'incontro con Del Piero". E su Braghin...

Qualcuno non l’ha capita? «Sicuramente, ma lo accetto. È normale. Se non avessi avuto 35 anni probabilmente avrei aspettato la fine della stagione».

In realtà il “sentiment” qui è parso piuttosto di comprensione. «Se ripenso a quella sera allo Stadium, durante quel giro di campo ho sentito tantissimi “Grazie” e “Ci mancherai tantissimo”. È stato un momento molto forte per me, solo io so che posto ha la Juventus nel mio cuore».

Era un saluto, non un addio. «La Juve è e sarà per sempre il mio primo e grande amore. Non riesco a pensare a un finale diverso da quello con quella maglia».

Invece quello con Del Piero, di saluto, quella stessa sera, è nella top 5 dei momenti più intensi della sua vita? «Senza dubbio. Lui sapeva, una ventina di giorni prima gli avevo parlato di questa scelta. Mi chiese quando sarebbe stata l’ultima partita in bianconero: “Il 19 febbraio”, ricordo ancora la data. Mi rispose “Farò di tutto per esserci”. Quella mattina, ma conta che erano passati una ventina di giorni dalla nostra chiacchierata, ricevo un suo messaggio in cui mi conferma la sua presenza. Panico! Da lì è nato quell’incontro e mi è venuto istintivo regalargli la mia maglietta. A proposito: ci siamo sentiti recentemente e quando, ridendo, gli ho chiesto se l’avesse già lavata mi ha risposto “Ma scherzi?”».

È riuscita a seguire la finale di Coppa Italia: che partita ha visto? «Un po’ il copione di questa stagione purtroppo… Siamo partite bene e allora lì ho pensato al caldo, al fatto che servissero uno-due gol per non rischiare poi di subire quel grande dispendio di energie. Come poi è accaduto nel secondo tempo. Mi sembrava che meritassimo di più, ho visto tante occasioni nostre e poi l’avversario che arriva e segna».

Come ha risuonato oltreoceano la notizia dell’addio di Braghin? «Ho sentito un vuoto, con lacrime a corredo. Per spiegare alle mie compagne chi fosse Stefano ho detto che è stato colui che ha costruito la Juventus Women. Io, ma tutte noi, dovremo ringraziarlo per sempre per quello che ha creato. A livello personale, poi, è stato lui che mi ha voluto alla Juventus perché il primo anno io non ero nei loro piani: è venuto letteralmente a prendermi a Brescia con la macchina! Ed è stato lui a trasformarmi in un’attaccante: “Tu sei una punta, sei un 9!”, mi disse la prima volta a Vinovo. E anche questo mi ha dato la possibilità di fare un certo tipo di carriera. Ha scritto bene Marti (Rosucci, ndr): forse ci renderemo conto solo un giorno dell’era che abbiamo vissuto grazie a lui».

Ora la aspettiamo in Italia per le gare di qualificazione al Mondiale: per il primo posto servono 6 punti e un passo falso della Danimarca. È chiedere troppo? «Ho ancora il rammarico per quello 0-0 in Danimarca: avevamo dominato contro una squadra così forte come era da un po’ che non riuscivamo a fare, costruendo tanto, ma purtroppo concretizzando poco. Dobbiamo innanzitutto pensare a fare il nostro, vincendo le due gare. E poi, sì, dobbiamo sperare…».

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