TORINO - Premessa: ora più che mai, occorrono **rigore e trasparenza.** Gli unici poli da prendere in considerazione sulla “bussola critica”, per non correre il rischio di perdersi dietro alla logica degli eventi. Soprattutto i più recenti. Dodici mesi di operato non bastano per emettere **sentenze** definitive. Ed è importante sottolinearlo, dal momento che la **Juventus** negli ultimi anni, ha pagato a caro prezzo il vizio di **tritare** i propri **dirigenti** con la solita fretta **autolesionista**. Ma non si può nemmeno far finta di niente di fronte a un **bilancio** che sanguina. Lo sa John **Elkann**, e lo sa - in cuor suo - pure Damien **Comolli**, a 365 giorni esatti dal suo approdo nell’universo bianconero.
Gli umori di allora? Ben diversi. L’ad (all’epoca ancora Direttore Generale) si trovò a fare i **conti** con una squadra disorientata, sì, dai continui **up&down emotivi** della stagione, ma comunque rinvigorita dalla qualificazione in extremis in Champions League. L’agenda richiedeva prontezza e volontà: la Juve, di lì a pochi giorni, sarebbe partita per il Mondiale negli Stati Uniti, con diverse questioni spinose ancora de definire: le **cessioni** di Weah e Mbangula; il **prolungamento** dei “noleggi” di Chico e Kolo Muani; e l’imminente **summit** con **Vlahovic**, per definire i dettagli di un addio inevitabile. Ma soprattutto, la necessità di sciogliere la **riserva** sulla **panchina**. E cioè scegliere se continuare con **Tudor**, forte del placet del gruppo squadra, o se battere piste **alternative**. Ed è proprio qui, che risiede il **primo peccato originale** dell’ad bianconero. Il fatto di aver confermato Tudor più per mancanza di **alternative** che per reale **convinzione** sulle potenzialità del suo operato.
Dopo il “no” secco di **Conte**, fu proprio Comolli a cestinare l’opera diplomatica di **Chiellini** con Gian Piero **Gasperini**. È bastata una **telefonata** di 5 minuti tra il dg e l’ex tecnico della Dea, per **irrigidirlo** e convincerlo a sposare il progetto **giallorosso**. Da lì, la riconferma di Tudor, sconfessata all’ottava giornata di campionato dopo il ko con la Lazio; il braccio di ferro perso con Dusan, rimasto contro i voleri di Comolli per liberarsi a parametro zero, e quello con il Psg per Kolo Muani, girato in extremis in prestito dai parigini - stizziti per il fare dell’ad - al Tottenham.
Errori e cortocircuiti
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A conti fatti, la genesi del successivo **fallimento** **progettuale**: l’acquisto di **Openda** a 43 milioni. Per non parlare della **cessione di Alberto Costa, in favore di Joao Mario.** O dell’acquisto di **Zhegrova**, appena rientrato dalla pubalgia e su cui filtravano non pochi dubbi circa la sua tenuta fisica. Da lì, l’epopea per ingaggiare il **ds**, arrivato solo lo scorso gennaio, e l’incapacità di assecondare l’unica richiesta di **Spalletti** per il mercato invernale: l’acquisto della punta fisica, con tanto di “**pernacchia**” di En-Nesyri. E se è vero che i rinnovi di **Yildiz** e **McKennie** avevano, in parte, ricucito i rapporti di Comolli con Spalletti, il **tappo** è saltato nuovamente a seguito degli sforzi vani per [il rinnovo di **Dusan**](https://www.tuttosport.com/news/calcio/serie-a/juventus/2026/06/03-149009177/vlahovic_fallimento_e_paradosso_juve_solo_cr7_pagato_di_pi_ma_dal_mercato_mai_niente_di_meglio) - su cui si era speso lo stesso Lucio - e dei colpi dati per fatti e poi sfumati di Alisson e Robertson.
Errori di **valutazione**, cortocircuiti diplomatici figli della negligenza e di una gestione tecnica che ha finito per **scontentare** tutti. Ora la palla passa a John Elkann: l’operato di Comolli da qui al 29 giugno (quando aprirà il calciomercato) sarà sotto esame. Per **salvare** la scrivania non basteranno i **bilanci** previsionali in ottica “break even”. Servono i fatti. Tradotto: **sfoltire** subito la rosa con un paio di cessioni e piazzare un **acquisto** immediato che possa rassicurare Spalletti. Uomo avvisato…
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