I mostri
Oltre al fratello, Dibu si circonda dei suoi amici del quartiere, con cui forma una vera e propria banda: "I mostri". "I mostri sono dell 89, del 90. È difficile spiegare 'I mostri'. In Argentina, a Mar del Plata, da bambini, volevamo un nome che ci identificasse. E, alla fine, 'I mostri' era quello che rimaneva più impresso. E così sono nati 'I mostri'". Anche Lucas, membro della banda e amici d'infanzia di Dibu, racconta la nascita del gruppo: "'I mostri' è il nome della banda. Emi, Toto, Diego, Ale e io. 'Ehi mostri', ci dicevano. Hanno iniziato a chiamarci così e noi ce lo siamo tenuto. Ci siamo anche tatuati il nome 'Mostri' in arabo. Ci siamo fidati del truduttore, confidando che significasse questo (ride ndr)". Molti anni dopo, il mistero viene finalmente risolto: "Poi, qualche tempo dopo, in Inghilterra, ero in palestra con mio fratello, e un ragazzo arabo ci ha detto 'Mostri'. E ne abbiamo avuto la certezza". Ma perchè in arabo? Nemmeno Martinez è in grado di darci la risposta: "Non chiedermi perche in arabo. Eravamo giovani. Forse ora lo faremmo tatuare in spagnolo. Non so perché l'abbiamo fatto in arabo. Ma siamo in cinque e ci chiamiamo ancora in questo modo".
Innamorato del pallone
Il calcio ha sempre fatto parte della vita di Emiliano, come raccontato dai genitori: "Facevamo sempre dei tornei coi bambini. Passavamo tutto il giorno con il pallone. Mattina, pomeriggio. La sera giocavamo con la pioggia. Il calcio gli è sempre piaciuto. Fin da piccolissimo giocava a pallone". E Martinez per il pallone ha percorso chilometri: "Camminavo verso la fermata dell'autobus alle 7 del mattino per andare a scuola. Nel pomeriggio andavo dalla spiaggia di Punta Mogotes al barrio Jardìn, per 30 o 40 minuti. Andavo in bicicletta al campo da calcio con i pali di legno e senza reti. La mia priorità è sempre stata il calcio. La domenica rifiutavo di andare a a prendere il gelato o a pescare, e andavo a giocare con la mia squadra. Era una cosa che aspettavo per tutta la settimana. Ho sempre saputo che ce l'avrei fatta. Non ho mai pensato: 'Se non ce la faccio, vado a lavorare al porto'". Il calcio, poi, era anche dentro casa, come raccontato dal fratello: "Avevamo una recinzione davanti a casa. Credo che fosse lunga 15 metri. E la palla andava avanti e indietro tutto il giorno. Tornei, rigori, tiri di petto, colpi di testa, rabone: di tutto. Nei giochi c'era sempre di mezzo un pallone".
© RIPRODUZIONE RISERVATATutte le news di Calcio