Volete prima la buona notizia o quella cattiva? Quella buona è che Giovanni Carnevali è un dirigente eccezionale e, tolto il fuoriclasse Marotta, è il meglio in circolazione (rivaleggia con Claudio Fenucci) in quel ruolo. Quella cattiva è che l’addio di Damien Comolli era talmente inevitabile che ci si poteva arrivare prima, guadagnando tempo e risparmiando brutte figure. Perché il fatto che il francese sia stato, sostanzialmente, confermato tre settimane fa, per poi essere dimissionato ieri, è un cortocircuito che lascia perplessi. Soprattutto alla luce di una conferenza stampa dello stesso Comolli che, a fine maggio, aveva pomposamente illustrato i piani per il futuro. Complessivamente una gestione un po’ slabbrata della vicenda, dalla quale l’immagine del club ne esce un po’ stropicciata. Certo, con l’ottica della real politik, l’approdo allo stato attuale delle cose apre uno scenario ideale, perché Carnevali è il pezzo che mancava da tempo nell’organigramma della Juventus: per tipologia, per qualità e per esperienza. Anche in questo caso, tuttavia, c’è un rovescio della medaglia: la Juve ricomincia ancora una volta da zero. Va bene, forse non proprio da zero, perché c’è un allenatore solido e saldo, perché c’è Chiellini a cucire quello che non si deve buttare con quello che sta per arrivare.
Juve, altro progetto fallito
Ma il cambio del vertice societario qualche scossa la provoca sempre e, comunque, quello che si archivia è un altro progetto fallito. Dopo la gestione Scanavino-Giuntoli, anche quella di Comolli (senza trattino e altro nome, perché ha governato in perfetta solitudine) passa agli archivi in modo non del tutto onorevole. Il francese aveva grandi idee e progetti ambiziosi, ma non è riuscito a farli atterrare alla Continassa per una questione di barriera linguistica e culturale, ma anche per una barriera che si è progressivamente eretta tra lui e il resto della dirigenza (per lo meno quella non assunta da lui). Non aveva nessuna esperienza di calcio italiano e ha rifiutato di crearsene una nel corso del primo anno di lavoro: questo ha portato a una separazione che, se non si fosse consumata ieri, si sarebbe consumata in modo più dannoso nei prossimi mesi, perché la convivenza tra lui e il resto del club era diventata sempre più precaria. E non era solo per la questione dei chiacchierati attriti con Spalletti. Dunque, si ricomincia. E forse questa è la volta buona, perché Carnevali conosce il calcio italiano e conosce la Juventus, per averla frequentata tanto da fuori. Purtroppo per lui la trova in una condizione critica che gli lascia un margine esiguo di errore. Le stagioni fallite si accumulano sulle spalle di chi arriva, anche senza che ne abbia colpa; e Carnevali parte con il peso di sei anni senza scudetto. In compenso trova un allenatore smanioso e una proprietà molto ben disposta a rilanciare la squadra.
Carnevali, l'uomo giusto per la Juve
È l’uomo giusto e ricorda proprio il Marotta del 2010. Beppe arrivava a Torino dalla Sampdoria miracolosa del quarto posto e della qualificazione in Champions League. Carnevali da una lunga esperienza al Sassuolo, portato anche a frequentare l’Europa e con una lunga serie di allenatori azzeccati e lanciati nel grande calcio (l’ultimo è Grosso). Carnevali capisce di calcio e di giocatori, capisce di Lega di Serie A, capisce di dinamiche tipiche del calcio italiano. Anche lui utilizza gli algoritmi, ma non ne ha fatto una religione e se proprio deve riverire una divinità, quella è il campo. È amico di Marotta, cosa che ad alcuni tifosi ha fatto storcere il naso, ma l’illusione che i professionisti del mondo del calcio ricalchino le antipatie e le rivalità dei tifosi è un po’ ingenuo. L’amicizia con Marotta non sarà né un bene né un male per la Juventus, perché si tratta di un fatto privato che non inciderà nelle scelte e nel lavoro di Carnevali alla Juventus. Piuttosto sarebbe importante che Carnevali ricalchi le orme bianconere del suo amico. In società c’è bisogno di ordine, progettualità, idee chiare, empatia. E soprattutto di buoni giocatori.
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