Lo chiamavano Aviatik, come il biplano tedesco della Prima Guerra Mondiale, per via delle bande del paraorecchie che svolazzavano all’altezza delle orecchie mentre correva, giocando nella Juventus dei pionieri, ai primi del Novecento. Beffardo il destino che decise di farlo morire, il 2 dicembre, sotto un bombardamento aereo, nella Torino del 1942. E la fine della sua vita fa incominciare la nostra storia. Perché Pio Marchi, questo il vero nome, non si era limitato a giocare una trentina di partite; della Juve era diventato un appassionato e attivo dirigente che, tanto per dire, aveva pescato Gianpiero Combi, portiere del quinquennio d’oro 1930-1935 e campione del mondo con l’Italia nel 1934. Ed era uno che si faceva volere bene un po’ da tutti, Marchi. Così, nella primavera del 1945, in una Torino ancora dilaniata dall’ultima coda della Seconda Guerra Mondiale, quando decidono di giocare un derby amichevole fra Juventus e Torino, viene naturale a tutti gli appassionati di calcio della città, dedicarlo proprio a lui e farlo diventare la Coppa Pio Marchi. Con il campionato fermo, l’impossibilità di organizzare tornei strutturati, l’estemporanea sfida cittadina diventa una gara quasi ufficiale. Appuntamento il primo aprile allo stadio Mussolini (che nel giro di un mesetto avrebbe cambiato nome), da una parte la Juventus Cisalpina, dall’altra il Torino Fiat. E no, non è un refuso. Inside quelle denominazioni c’è un’altra storia che potenzialmente incrina il secolo degli Agnelli come proprietari della Juve. Durante la Seconda Guerra Mondiale, agli atleti più importanti o famosi, perlopiù calciatori e ciclisti, fu risparmiato il fronte. Andava così: un’azienda assumeva la squadra e formalmente la destinava ad attività legate al conflitto. Un dribbling all’arruolamento obbligatorio che la Fiat del senatore Giovanni Agnelli aveva offerto al già molto popolare Grande Torino di Valentino Mazzola. E perché non alla Juve che era di proprietà della Fiat? In quel momento storico, la Juve non aveva una guida della famiglia Agnelli, dopo la prematura scomparsa del figlio Edoardo, primo Agnelli presidente del club, morto in un incidente aereo nel 1935, la società era stata affidata a varie personalità torinesi.
"La Juve appartiene alla tua famiglia"
Prima a un comitato diretto dal leggendario barone Mazzonis; poi al conte Emilio de la Forest de Divonne, un dirigente del partito fascista torinese, che sostanzialmente faceva da reggente; infine a un amico della famiglia Agnelli, Piero Dusio, uno che nel 1923 aveva dato un parere favorevole all’acquisto della Juve da parte della Fiat. Dusio era un personaggio sopra le righe, pilota, sportivo, imprenditore visionario, sempre in anticipo sui tempi, che nel 1944 aveva fondato la Cisitalia, casa produttrice di veicoli sportivi e aveva preso in carico la Juventus. Sarà lui a “riconsegnarla” al ventiseienne Gianni Agnelli, nel 1947 con una frase divenuta leggenda “La Juve appartiene alla tua famiglia, è ora che te ne occupi tu”. Ma a chi apparteneva il club durante il periodo bellico? E perché la Fiat aveva dato “rifugio” al Toro e non alla Juve? Non ci sono registri per verificare la proprietà (la Juve fu reimmatricolata alla Camera di Commercio nel 1947 dall’Avvocato), ma la tradizione di famiglia racconta che il senatore Agnelli non voleva smaccatamente favorire la “sua” squadra e, quindi, fare un gesto di rispetto e sportività nei confronti del Torino, sapendo che, comunque, Dusio avrebbe garantito la difesa della Juve, di cui era tifoso e dirigente creativo.
Il derby a ogni costo
A lui si deve una seconda maglia originalissima: bianca con i bordini neri e una gigantesca J che campeggia sul davanti. Quando la squadra indossa la tradicional divisa bianconera, quella bianca con la J va al portiere. Settant’anni prima della rivoluzione del logo, condotta da Andrea Agnelli, Dusio aveva avuto l’intuizione che quella lettera così particolare potesse diventare originale marchio del club. Ecco, quindi, che il primo aprile del 1945 non è uno scherzo questo derby invertito, con il Toro che veste le maglie granata con una, non enorme, ma leggibile, scritta Fiat. Torino in quei giorni vive in bilico come buona parte del Nord Italia. Ci sono ancora i tedeschi, ci sono truppe repubblichine, ci sono partigiani e ci sono ancora dei bombardamenti. Il fatto che, in un clima come quello, venga in mente di organizzare una partita testimonia la meravigliosa ricerca della consuetudine, salvifica in ogni conflitto. La normalità cercata anche attraverso la follia. Il calcio, d’altronde, è stato uno dei grandi protagonisti della Seconda Guerra Mondiale. Le leggendarie sfide tra prigionieri e soldati; l’epopea dell’Ajax, squadra del ghetto; la strenua resilienza dei campionati nazionali, con partite giocate sotto le bombe, raccontano la forza emotiva dello sport che più di tutti ha attraversato e attraversa qualsiasi barriera, da quelle sociali a quelle ideologiche, scolorando perfino le divise di eserciti nemici.
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