30 luglio 2026, 12:06
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TORINO - «Ciao mamma, vado alla Juve». Ci immaginiamo una telefonata così. Semplice, sintetica e senza troppi fronzoli, tra le corsie dell’aeroporto di Leverkusen, prima di salire a bordo del volo per Caselle. Guai, infatti, a illudersi che le diciotto candeline spente lo scorso settembre possano aver “smorzato” il fare apprensivo della signora Arna, che l’ha cresciuto a pane e disciplina. E a Kerim Alajbegovic, in fondo, va bene così, dal momento che non perde occasione per dedicarle gol e vittorie. Arne è rimasta sempre al suo fianco per allontanarlo dai guai - al netto del imperscrutabile senso del dovere - e facilitarne il percorso di crescita.
Alajbegovic, il ruolo del padre
Basti pensare che nell’estate del 2025 - quella del passaggio del bosniaco dal Bayer al Salisburgo - la madre scelse di lasciare Leverkusen per trasferirsi insieme a lui in Austria. Il rapporto con papà Semin? Altrettanto intenso. È stato lui a ispirarne l’ascesa nel mondo del calcio. A propiziarne la nomea di “figlio d’arte”, dopo oltre vent’anni trascorsi nelle leghe minori tedesche con il tarlo di non essere mai riuscito a esordire in Bundesliga.
E se Kerim ci è riuscito lo deve soprattutto lui, e quei pomeriggi trascorsi insieme nel cortile di casa, a Colonia. L’ordine di papà Semin era uno solo: dieci minuti col destro, dieci col sinistro, calciando all’infinito contro il muretto.
La crescita di Alajbegovic: dal Bayer Leverkusen alla Bosnia
Oggi quell’ammasso di mattoni ha le sembianze delle difese della Serie A. Prima la trafila nel settore giovanile del Koln, poi il passaggio al Leverkusen, dove si è messo in mostra con 14 gol in 13 gare con l’Under 19, prima di della cessione al Salisburgo per il “salto” con i grandi, per poi riportarlo a casa esercitando la clausola di recompra. La scelta di difendere i colori della Bosnia a dispetto di quelli della Mannschaft? Questione di radici: «Ero molto giovane quando ho partecipato a un ritiro della Germania, ma ho avuto dei problemi con l’allenatore - ha raccontato in passata Alajbegovic -. Dopodiché, è arrivata una chiamata dalla Bosnia. Ho parlato con i miei genitori e ho capito che il mio cuore mi spingeva di più verso la Bosnia. Sono orgoglioso di giocare per un Paese che significa così tanto per le nostre prestazioni».
Le caratteristiche di Alajbegovic
Spalletti si prepara ad accogliere uno dei prospetti più precoci e interessanti di tutta europa. Un trequartista dalla tecnica sopraffina, abile con entrambi i piedi, e in grado di agire su tutto il fronte offensivo. Anche se - va detto - preferisce partire dalla sinistra per accentrarsi e provare la conclusione. Ben 13 gol e 4 assist, raccolti con il Salisburgo tra tutte le competizioni nella sua prima stagione da professionista. Non un caso, infatti, che su di lui ci fosse il mirino di mezza Europa. I primi a muoversi? Roma, Atalanta e Napoli, all’indomani del clamoroso tonfo azzurro di Zenica. Teatro dell’ennesima esclusione dell’Italia dai Mondiali per mano della Bosnia di Alajbegovic. Per distacco, il più vivo, ispirato e pericoloso della formazione di Barbarez.
I Mondiali di Alajbegovic
E nel corso dei Mondiali negli Usa non è stato da meno, guadagnandosi il premio di MVP a seguito del gol vittoria segnato nel match contro il Qatar. Personalità da vendere. E fa davvero specie, se si considera che chi ha avuto modo di conoscerlo bene non perde occasione per raccontarne la timidezza fuori dal campo. Un identikit da “Doctor Jekyll e Mr Hyde” che si sposa in pieno con ciò che Spalletti è solito cercare nei sui giocatori.
Retti e disciplinati tra le pieghe della continuità; sfrontati, maliziosi e disposti a tutto sul rettangolo verde. Ed è probabile che uno dei suoi più grandi ex giocatori, Miralem Pjanic - che ha seguito Alajbegovic fin da piccolo e ne gestisce tuttora gli interessi come intermediario -, gli abbia confermato quanto sopra.
Spalletti e la palude Juve
Spalletti ha invocato più e più volte un profilo dalle sue caratteristiche. Per parafrasare le sue stesse parole, un giocatore che «sapesse muoversi con qualità nell’angusto, nella palude della trequarti. Ci manca quello che è il trequartista bravo a giocare nello stretto, perché poi davanti all’area di rigore avversaria diventa una zona paludosa. Se non ti riescono delle cose vai a forzare qualche giocat aumentando il nervosismo e le difficoltà». Eccolo accontentato. Non avrà l’esperienza e lo spessore europeo di Brahim Diaz, ma Kerim Alajbegovic ha tutte le carte in regola per consacrasi tra i prospetti più interessanti, completi e strutturati d’Europa. Basta dare un’occhiata ai numeri - 13 gol e 4 assist nella sua prima stagione da professionista con il Salisburgo - e alla ludida sfrontatezza che ne caratterizza ogni singola movenza.
La zona preferita
Ambidestro naturale, Alajbegovic può agire su tutto il fronte offensivo come esterno, seconda punta o trequartista. La sua “zona” preferita coincide con l’out di sinistra, da dove è solito partire per accentrarsi e tentare la conclusione sul secondo palo. Sotto certi aspetti ricorda proprio l’attuale numero dieci bianconero, Kenan Yildiz.
Specie per l’abilità nel dribbling: il fatto di saper calciare con entrambi i piedi lo rende particolarmente pericoloso agli occhi dei difensori avversari. Insomma, due ragazzi della stessa generazione, con la stessa fame di spaccare le partite e quel “dribbling da cortile” che fa saltare i banchi e manda in tilt i sistemi difensivi più rigidi. Se il buongiorno si vede dal mattino, l’impressione è che quest’anno ci sarà parecchio da divertirsi.
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TORINO - «Ciao mamma, vado alla Juve». Ci immaginiamo una telefonata così. Semplice, sintetica e senza troppi fronzoli, tra le corsie dell’aeroporto di Leverkusen, prima di salire a bordo del volo per Caselle. Guai, infatti, a illudersi che le diciotto candeline spente lo scorso settembre possano aver “smorzato” il fare apprensivo della signora Arna, che l’ha cresciuto a pane e disciplina. E a Kerim Alajbegovic, in fondo, va bene così, dal momento che non perde occasione per dedicarle gol e vittorie. Arne è rimasta sempre al suo fianco per allontanarlo dai guai - al netto del imperscrutabile senso del dovere - e facilitarne il percorso di crescita.
Alajbegovic, il ruolo del padre
Basti pensare che nell’estate del 2025 - quella del passaggio del bosniaco dal Bayer al Salisburgo - la madre scelse di lasciare Leverkusen per trasferirsi insieme a lui in Austria. Il rapporto con papà Semin? Altrettanto intenso. È stato lui a ispirarne l’ascesa nel mondo del calcio. A propiziarne la nomea di “figlio d’arte”, dopo oltre vent’anni trascorsi nelle leghe minori tedesche con il tarlo di non essere mai riuscito a esordire in Bundesliga.
E se Kerim ci è riuscito lo deve soprattutto lui, e quei pomeriggi trascorsi insieme nel cortile di casa, a Colonia. L’ordine di papà Semin era uno solo: dieci minuti col destro, dieci col sinistro, calciando all’infinito contro il muretto.