tuttosport.com

"Nato alla Juve, rinato al Sassuolo. Quel riscatto di Carnevali e perché non ho scritto a Locatelli"

TORINO - Tra le mani aveva un futuro radioso. Perno della Primavera della Juve, capitano della Nazionale Under 19. In odore di prima squadra, quando a Torino i trofei erano una dolce abitudine. Ma la vita a Filippo Romagna non ha riservato un’autostrada. Semmai ha pianificato un Mortirolo, un percorso con ostacoli ogni giorno più alti. Al traguardo ci è arrivato, ma quanta fatica. All’apice della carriera con la maglia del Sassuolo si fa male: a marzo 2020 inizia un lockdown calcistico eterno, partito da una rottura del tendine rotuleo con prognosi di 8 mesi. Prima di rimettere piede in campo, però, impiega tre anni e due mesi. Gli infortuni potevano lasciargli segni indelebili, ma Romagna vede luce ovunque. E adesso, in cerca di una squadra dopo aver terminato il proprio contratto col Sassuolo il 30 giugno, scava nel proprio passato. Senza mai perdere il suo spirito: Romagna il bicchiere mezzo pieno lo vede sempre e comunque.

L'intervista a Romagna

Filippo Romagna, domenica c’è Sassuolo-Juventus.«Alla Juve ho passato la mia adolescenza: mi hanno permesso di diventare calciatore attraverso la loro scuola e la loro etica. Il Sassuolo, ripensando al mio percorso, è una squadra che mi apparterrà sempre».

Partiamo dai primi passi. Lei arriva a Vinovo nel 2011 dalle giovanili del Rimini. Cosa ricorda del primo impatto? «Arrivo a Vinovo e percepisco veramente un’aria diversa: la respiri da subito e, se sei un briciolo intelligente, riesci immediatamente a capire che cosa sia la Juve. Sono le persone ad avermi lasciato tanto: un anno fa passavo da Torino e mi sono fermato a salutare Gianluca Pessotto, Claudio Chiellini e Ciccio Grabbi. Alla Juve capisci quale mentalità serva per vincere».

Era il punto fermo della Primavera negli anni in cui la Juve dominava in Italia. Cosa significava allenarsi con il gruppo più vincente nella storia del calcio italiano? «Faccio un esempio pratico: Giorgio Chiellini, che sento ancora adesso, ti faceva capire nella quotidianità cosa servisse per stare ad alti livelli. La ferocia su ogni pallone in allenamento, la voglia di non perdere mai. Non erano mai sazi. E tutti ragionavano così, anche chi giocava meno, come Caceres: se non affrontavi ogni momento con la mentalità da finale di Champions non potevi stare in quel gruppo».

Read full news in source page