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C’è perfino la data. Il 28 luglio scorso, nel preciso momento in cui Giovanni Malagò riconsegnò la Nazionale a Mancini, il fantasma di Conte si manifestò di nuovo alla Continassa. Nessuno dice di averlo visto, ma molti ne hanno avvertito la presenza. Del resto un fantasma che si rispetti - per dirla alla Bierce, «l’espressione materiale e visibile di una paura interiore» - anche quando c’è non si vede. Un po’ come la nebbia per Totò e Peppino scesi dal treno in Centrale a Milano.
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Conte è un romanzo juventino mai finito. E l’ipotesi del suo ritorno è talmente plausibile da aver indotto Marotta a fare il possibile per evitare che potesse verificarsi a breve: il mondo del calcio è convinto che l’abbia “suggerito” come ct solo per toglierselo di torno per almeno un paio d’anni.
Sarebbe una decisione così importante, il rientro a casa di Conte, che se dovesse essere presa prescinderebbe dalla volontà dell’ad Carnevali: soltanto la proprietà potrebbe assumersene la paternità, proprio come quindici anni fa quando Andrea Agnelli scelse Antonio in totale autonomia passando sopra la testa dello stesso Marotta, suo primo collaboratore. Beppe se lo segnò e, una volta all’Inter, ricorse a Conte sostituendo proprio Spalletti che s’era appena guadagnato un posto in Champions.
E l’ottimo Luciano, che le ombre le raddoppia, come la vive? Guida una squadra che non sembra ancora sua, la subisce ma la protegge. Per la bravura che gli riconosco, meriterebbe qualcosa di diverso.
PS. Pensate: si dice che il recente “ridimensionamento” di Chiellini derivi dal fatto che fu lui a spingere maggiormente per il rinnovo di Spalletti.