Dominare la partita non significa necessariamente vincerla. È il principio che Fabrizio Quirighetti, responsabile investimenti di Decalia, utilizza per interpretare l’andamento dei mercati finanziari, paragonando la recente evoluzione di Wall Street e delle Borse europee alla prestazione della Juventus contro il Cagliari di domenica scorsa.
«Domenica scorsa la Juventus ha fatto di tutto, tranne che vincere», osserva Quirighetti. Nonostante il 72% di possesso palla e un volume di occasioni che si traduceva in 1,9 gol attesi contro gli appena 0,5 del Cagliari, la squadra bianconera si è ritrovata in svantaggio al 20° minuto, dopo la rete di Daniel Maldini. Il pareggio di Randal Kolo Muani è arrivato soltanto all’81° minuto.
Una dinamica che, secondo il responsabile investimenti di Decalia, descrive efficacemente anche il comportamento dei mercati nell’ultima settimana. «La Vecchia Signora aveva il possesso palla, ma non il controllo della partita». Allo stesso modo, gli asset rischiosi hanno potuto contare su fondamentali relativamente favorevoli, grazie alle prospettive positive per la stagione degli utili societari e alla persistente centralità degli investimenti nell’intelligenza artificiale. Eppure, a condizionare gli scambi è stato un fattore che sembrava destinato a esercitare un’influenza minore: la geopolitica.
Le minacce iraniane sullo Stretto di Hormuz hanno infatti riportato in primo piano il rischio di interruzioni nelle forniture energetiche, alimentando il premio per il rischio incorporato nelle quotazioni delle materie prime. Giovedì il Brent è salito del 3,9%, superando quota 104 dollari al barile.
Il rialzo del petrolio ha riacceso le preoccupazioni sull’inflazione e ha messo sotto pressione soprattutto i titoli legati all’intelligenza artificiale e ai semiconduttori, particolarmente sensibili alle variazioni dei tassi di interesse e alle aspettative sul costo del capitale.
Anche in questo caso, il recupero è arrivato soltanto nel finale e grazie a un fattore esterno. «Proprio come a Cagliari, il gol del pareggio è arrivato tardi e grazie a un’azione individuale piuttosto che a una strategia collettiva», sottolinea Quirighetti, riferendosi alle dichiarazioni di Donald Trump, che ha escluso un attacco all’Iran prima delle elezioni di metà mandato. Le parole del presidente statunitense hanno contribuito ad allentare le tensioni, favorendo una moderata flessione del petrolio e dei rendimenti obbligazionari.
Il vero avversario è il mercato obbligazionario
Dietro le oscillazioni delle Borse, il problema più profondo resta tuttavia rappresentato dal mercato obbligazionario. L’aumento dei rendimenti sta infatti rendendo più oneroso il finanziamento dell’economia e delle imprese, con conseguenze potenzialmente rilevanti per le valutazioni azionarie.
Quirighetti descrive il comparto obbligazionario come un avversario compatto, capace di rendere costoso ogni tentativo di avanzata degli asset rischiosi. Il 7 ottobre, il rendimento dei Treasury statunitensi a dieci anni ha superato il 5,35%, raggiungendo il livello più elevato dal 2002, mentre quello dei titoli trentennali è arrivato al 5,70%.
Alla base di questa dinamica non c’è soltanto l’impennata del petrolio. Le pressioni inflazionistiche persistenti nel settore dei servizi, l’elevato indebitamento pubblico e la robustezza della crescita economica contribuiscono a mantenere alte le aspettative sui tassi d’interesse.
A questi fattori si aggiunge la crescente necessità di capitali per finanziare le infrastrutture legate all’intelligenza artificiale. La costruzione di data center, l’espansione delle reti e gli investimenti nell’elaborazione dei dati richiedono risorse ingenti, mentre le relative emissioni obbligazionarie contribuiscono ad aumentare la domanda di finanziamenti e la pressione sui rendimenti.
Il fenomeno, inoltre, non riguarda esclusivamente gli Stati Uniti. In Giappone, il rendimento dei titoli di Stato decennali è salito ai massimi degli ultimi trent’anni; nel Regno Unito, i Gilt hanno raggiunto i livelli più elevati dal 2008, mentre in Francia il rendimento dei titoli decennali si sta avvicinando al 5%.
Si tratta di segnali che indicano come il costo del capitale stia aumentando su scala internazionale, mettendo alla prova tanto i mercati azionari quanto i governi maggiormente esposti sul fronte del debito. Verso la fine della settimana, i rendimenti hanno iniziato a stabilizzarsi, anche in assenza di nuovi dati economici particolarmente significativi.
Fed, la soglia per un rialzo dei tassi resta elevata
In questo scenario, la possibilità di un nuovo rialzo dei tassi da parte della Federal Reserve alla fine del mese appare meno probabile, almeno in assenza di ulteriori sorprese inflazionistiche.
Secondo Quirighetti, dall’ultima riunione del Federal Open Market Committee le condizioni finanziarie sono già diventate sensibilmente meno accomodanti. L’aumento dei rendimenti obbligazionari, l’allargamento degli spread creditizi e il rafforzamento del dollaro stanno infatti contribuendo a restringere le condizioni finanziarie, svolgendo in parte il lavoro che altrimenti spetterebbe alla banca centrale.
Per modificare le aspettative sulla politica monetaria sarà quindi necessario un segnale particolarmente forte. «Proprio come il VAR, che ribalta la decisione arbitrale sul campo solo in caso di errore chiaro ed evidente», spiega il responsabile investimenti di Decalia, «ci vorrebbe un dato sul CPI di mercoledì molto più elevato del previsto», accompagnato da una serie persistente di sorprese positive sul fronte dei dati macroeconomici.
Le attese indicate per l’inflazione statunitense di settembre sono pari al 3,6% per l’indice generale e al 2,4% per quello core, che esclude le componenti più volatili. Una lettura significativamente superiore alle previsioni potrebbe riaccendere i timori di una nuova accelerazione dei prezzi e costringere gli investitori a rivedere le proprie ipotesi sulla traiettoria dei tassi.
In mancanza di uno scostamento rilevante, tuttavia, lo scenario di mantenimento dello status quo monetario conserva un vantaggio. Il mercato dovrà quindi valutare non soltanto l’entità dell’inflazione, ma anche la sua composizione e la capacità delle pressioni sui prezzi di trasferirsi alle aspettative di politica monetaria.
Wall Street ai massimi, Europa più debole
Il bilancio della settimana restituisce un quadro contrastato. Negli Stati Uniti, S&P 500 e Nasdaq hanno aggiornato i rispettivi record, sostenuti dalle aspettative sugli utili aziendali e dalla centralità dell’intelligenza artificiale. In Europa, invece, il CAC 40 francese ha perso l’1,2%, mentre lo Stoxx Europe 600 è rimasto sostanzialmente invariato.
Una divergenza che conferma quanto sia difficile per i mercati trasformare condizioni di partenza favorevoli in rialzi generalizzati. La prospettiva di utili solidi e la crescita degli investimenti nell’intelligenza artificiale continuano a offrire sostegno alle Borse, ma l’aumento dei rendimenti e le tensioni geopolitiche rappresentano ostacoli sempre più difficili da ignorare.
«Il risultato finale? Nuovi record per l’S&P 500 e il Nasdaq, ma il CAC 40 in calo dell’1,2% e lo Stoxx Europe 600 praticamente invariato: un pareggio quasi perfetto», sintetizza Quirighetti.
La metafora calcistica diventa così una chiave di lettura del momento di mercato: il potenziale di crescita non manca, ma il contesto macroeconomico e finanziario impedisce agli investitori di trasformare automaticamente le buone notizie in performance positive.
Inflazione, banche e semiconduttori: gli appuntamenti da seguire
La prossima settimana sarà particolarmente importante per comprendere se il recente consolidamento dei mercati rappresenti una pausa temporanea o l’inizio di una fase più complessa. Il primo appuntamento è quello di mercoledì con la pubblicazione dell’inflazione statunitense di settembre, un dato destinato a influenzare le aspettative sulla politica monetaria della Fed e, di conseguenza, le valutazioni degli asset finanziari.
A seguire, l’attenzione si concentrerà sulle trimestrali delle principali banche americane, tra cui JPMorgan, Goldman Sachs, Bank of America e Citigroup. I risultati forniranno indicazioni sulla solidità del sistema finanziario, sull’andamento del credito e sulla capacità dell’economia statunitense di sostenere utili ancora robusti.
Un altro passaggio fondamentale riguarderà ASML e TSMC, i cui aggiornamenti saranno osservati per valutare la tenuta della domanda di semiconduttori e l’evoluzione degli investimenti nell’intelligenza artificiale. Le indicazioni provenienti da queste società saranno particolarmente rilevanti per capire se le aspettative di crescita che hanno sostenuto i titoli tecnologici siano ancora giustificate dai fondamentali.
Per gli investitori, la questione centrale resta dunque la stessa: verificare se la forza degli utili e il potenziale dell’intelligenza artificiale saranno sufficienti a compensare il costo crescente del capitale e le incertezze geopolitiche.
Come conclude implicitamente la lettura di Quirighetti, dominare non basta. Per i mercati, così come per la Juventus, la vera sfida sarà trasformare il possesso della partita in risultati concreti.