Lo stadio Balaidos di Vigo
VIGO – Quando la Juve venne a Vigo, nel marzo del 2000, fu la prima squadra italiana a capitare da queste parti dal 1982, cioè dai giorni in cui qui germogliò il seme del trionfo Mundial anche se nessuno, in quelle terribili settimane galiziane, immaginava che quella semina potesse attecchire. Ventisei anni fa c’era ancora molto di riconoscibile: il vecchio Balaidos era quello dell’82, le porte le stesse (quelle in cui Conti e Graziani segnarono i due gol di tre desolanti partite nel girone) e il prato pure, almeno così ricordava Manolo, lo storico giardiniere del club: «Curavo il campo di gioco per loro. L’Italia faceva piangere, ma gli portammo fortuna».
Il Balaidos in ristrutturazione
Oggi ogni traccia è sparita. Il Balaidos non è più quel parallelepipedo di cemento blu e di un bianco quasi grigio, in stile brutalista, inaugurato nel 1928, ma è stato smontato e rimontato pezzo su pezzo e racchiuso in un sinuoso guscio di onde metalliche. Il lavoro non è ancora finito: una delle tribune, la Grada da Gol, è in rifacimento in vista del Mondiale 2030. Rimangono il bianco e il blu, i colori del cielo e del mare di Galizia, e della maglia del Celta.
Celta-Bologna, l'esultanza dei giocatori rossoblù Celta-Bologna, l'esultanza dei giocatori rossoblù
Celta-Bologna, l'esultanza dei giocatori rossoblù (afp)
Del Mundial non c’è traccia
Invece l’Italia vedeva tutto nero e la Juve pure, visto che perse 4-0 (erano gli ottavi di Europa League) e fece una figuraccia non solo per il risultato (le espulsioni di Conte e Montero, i gesti scurrili di quest’ultimo al pubblico locale, le papere di Van der Sar e Birindelli), anche se da Vigo sono poi passati anche il Milan (0-0 nella Champions del 2003) e il Bologna, l’anno scorso, prima squadra italiana a vincere qui. Ma qui dove? Del Mundial non c’è traccia nemmeno nel piccolo museo del club: non un’immagine, non un rigo, non un ritaglio di giornale, nemmeno più le foto di Tardelli e Antognoni che invece nel 2000 campeggiavano, a tenere a memoria di quelle settimane di giugno.
Italia-Perù a Vigo
Italia-Perù a Vigo
Le partite giocate dall’Italia a Vigo
La Nazionale era in ritiro a Pontevedra, a una trentina di chilometri a nord-est: stava nell’affascinante Casa del Barón, un castellozzo rinascimentale costruito nel Cinquecento sulle vestigia di una villa romana, nel tempo usato anche come deposito di sale e come scuola per bambini indigenti. L’albergo, oggi Parador Pontevedra, quattro stelle, ristrutturato nel 2002 e nel 2023 con investimenti da 4 milioni totali, ha conservato intatto il suo fascino. A Vigo soggiornava invece la pattuglia dei giornalisti italiani, che giorno dopo giorno (anzi, partita orribile dopo partita orribile: Perù, Polonia, Camerun) diedero battaglia a Bearzot e ai suoi, fino a che i toni si alzarono arrivando all’insulto e all’insinuazione che nella stanze di quel ritiro blindato Rossi e Cabrini intrattenessero relazioni omosessuali. Ma non fu qui che l’Italia si chiuse nel più epocale dei silenzi stampa bensì, superata la prima fase, a Barcellona. A dare l’annuncio, sull’aereo che trasportava la comitiva dalla Galizia alla Catalogna, mandarono Beppe Dossena.
Tracce del passaggio azzurro sarebbe bello che sopravvivessero nelle taverne del Casco Histórico, tra i vicoli della città vecchia che discendono al porto, ma nessuno dei ristoranti di allora ha mai pensato di prendere e poi appendere foto di Gianni Brera e Mario Soldati che passavano le sere a giocare a scopa, come due del posto. Qualche volta capitava anche Oreste Del Buono, si mangiavano crostacei e pulpo a la gallega, si beveva Albariño e alla fine qualche bicchierino di Orujo, l’acquavite di qui. Soldati spesso s’assopiva e Brera doveva battere i pugni per svegliarlo. Adesso di taverne a ridosso del porto non ce ne sono più, e men che meno gente che dopo cena giochi a carte.