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**INVIATO A VIGO - C’è una luce strana, attorno al Balaídos**. È l'insieme di umanità che lo circonda: le macchine che sfrecciano, le birrerie sempre piene, la gente che si diverte e quella che fa in fretta. Le bandiere biancoblù ieri facevano da cornice a balconi affollati di curiosi: nell'aria, tutta l'attesa. Spasmodica. Del resto, la mente va a ventisei anni fa. Al 4-0 netto. Secco. Contro una delle squadre più forti del mondo, che nel frattempo è diventata così diversa da non riconoscerla e non riconoscersi. I tifosi spagnoli lo sanno, e sanno che [i bianconeri si troveranno davanti un elemento da non sottovalutare](https://www.tuttosport.com/news/calcio/serie-a/juventus/2026/10/14-151888729/convocati_juve_per_il_celta_vigo_la_decisione_su_celik_e_una_novit_per_spalletti): l'orgoglio estremo di una squadra popolare, e nel senso più puro del termine. Che è cioè della gente. **Anche stavolta il Celta ha visto l'Europa e ha iniziato a contare le stelle**. In particolare le proprie. Nella sua storia, ha giocato solo una volta la Coppa dei Campioni (2003), mentre questa è la decima in Coppa Uefa, oggi Europa League. Attorno allo stadio ieri c'era anche chi aveva vissuto la prima, nel 1971: 0-2 con l'Aberdeen, quando non vi erano mica speranze. Quelle si sono costruite negli anni. Tante altre si sono poi accumulate con il lavoro fatto, con le attenzioni. E le innovazioni. La più importante è stata indubbiamente il settore giovanile: da anni il Celta gioca con tanti elementi prodotti dalla propria cantera. Anche questa sera, cinque dei possibili titolari - Rodriguez, Lago, Carreira, Aspas e Rueda (quest'ultimo con un passato nella squadra B) - sono partiti dalla Galizia e sono rimasti serenamente in zona.