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Juve stordita e confusa, Spalletti impotente in tribuna: così Gattuso apre la crisi del suo…

Il racconto di una partita praticamente perfetta da parte della Lazio: tutte le mosse di una vittoria schiacciante

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INVIATO A TORINO - Comanda Gattuso, in vetta con i campioni d’Italia dell’Inter. Pazzesco, una roba impensabile e mai accaduta nella storia del club biancoceleste. Nessuno dei suoi predecessori era riuscito nell’impresa di vincere sei partite nelle prime sette giornate di campionato. Tre gol alla Juve, sepolta e distrutta dai fischi. Rino ha aperto la crisi di Spalletti, il suo predecessore a Coverciano. La doppietta in salsa danese di Provstgaard e Isaksen, il sigillo di Dele-Bashiru. Nove anni fa, ottobre 2017, l’ultimo colpo allo Stadium con una doppietta di Immobile e Inzaghi in panchina. Un capolavoro. È una Lazio da amare, da applaudire e da abbracciare se il suo popolo, mettendo da parte la faida con Lotito, deciderà di tornare all’Olimpico come meriterebbero la squadra e l’allenatore. La Juve, in caduta libera, è stata umiliata. Secondo ko in campionato. Neanche un vero tiro in porta. Non esiste centrocampo. Crisi vera, architettura sbagliata e un equivoco grande così. La sentenza definitiva scritta dalla partita: Kolo Muani non è una punta centrale da 4-2-3-1, deve giocare largo.

La Lazio dei giganti danesi

La partita giusta, intelligente. Pressare sì, ma con giudizio. Riferimenti a tutto campo. Gattuso l’ha preparata benissimo. Taylor ha travolto Douglas Luiz, spegnendo la principale fonte del gioco bianconero. Sutalo, invece di Doekhi, per diminuire il gap in velocità con Kolo Muani. Niente cali. La Lazio, questa volta, è venuta fuori benissimo dopo mezz’ora, quando ha colpito e ha steso la Signora. Isaksen, di testa, ha mancato il bersaglio incrociando sul palo opposto, poi ci ha riprovato con una sassata di sinistro. Sugli sviluppi del calcio d’angolo, Zaccagni ha pennellato un cross velenoso. Provstgaard è saltato tra Bremer e Lucumi e ha toccato in rete. Bravissimo il gigante danese, di cui Sarri profetizzava un futuro da Premier, anche in fase difensivo. Il primo tempo si è chiuso con lo show della Lazio, Belahyane si era disteso, Frattesi e Noslin cucivano il gioco. Tavares ha scheggiato la traversa.

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Le poche idee della Juve

E la Juve? Stordita, confusa, quasi frustrata. Lucio, impotente, in tribuna. Questa volta ha scelto il 4-4-2 alternando McKennie e Nico sulla fascia (per controllare Tavares) e in appoggio a Kolo Muani. Bagliori rari e solo nei primi minuti, condotti con una discreta intensità. Un tap-in fuori misura dell’argentino e un gol annullato per fuorigioco al francese, accompagnato dai soliti mugugni appena sbagliava un pallone. Dura giocare così. Douglas braccato, Sarr impreciso. Locatelli allo Stadium con le stampelle. Yildiz e Thuram fuori. Una sola attenuante: nel blocco dei titolari, compresi prestiti di rientro, otto nuovi acquisti su undici. Spalletti ha tirato fuori le due punte, tanto reclamate, dopo l’intervallo. Fuori Alajbegovic, dentro il tedescone. Sono bastati dieci minuti perché costruissero in coppia la prima e forse unica vera occasione. Kolo, una furia se può scattare defilato a sinistra e gioca fuori dall’area, ha servito l’assist e Nick ha fallito un rigore in movimento. Poi è toccato a Nico il pallone buono, angolato troppo, ancora servito dal francese. Sbagliato il suo ruolo, non l’acquisto. La Lazio, sotto pressione, non si è disunita e ha continuato a tenere il campo da squadra vera. Personalità, coraggio e tecnica per costruire il raddoppio. Appoggio di Noslin, cambio gioco di Tavares, Celik un fantasma, Isaksen lo ha puntato, ha preso la mira e ha fulminato Vicario. Dentro anche Conceicao e Zhegrova. Tutto inutile. Dele-Bashiru si è involato e ha fulminato Vicario per un tris da favola. Lo Stadium fischiava. La festa della Lazio, prima in classifica, era appena iniziata.

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