I bianconeri sembrano preparati a comandare quando tutto gira nella direzione giusta, ma se salta il piano iniziale vanno in cortocircuito
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Il problema non è soltanto il risultato finale. O meglio: è una conseguenza. Il guaio è l’approccio. La Juve di Luciano Spalletti continua a pagare a caro prezzo i primi tempi, con una tendenza che ormai racconta una fragilità strutturale: in 47 partite di gestione è andata sotto nel punteggio 18 volte e soltanto in tre occasioni è riuscita a ribaltare completamente il risultato. Un campanello d’allarme che va oltre i numeri e fotografa una squadra che fatica a entrare in partita e ancora di più a rialzarsi dopo il primo schiaffo.
L’elenco degli svantaggi è lungo e trasversale: dallo Sporting al Bodø Glimt, dal Napoli all’Atalanta, dall’Inter al Galatasaray, fino ai ko più recenti contro Como, Fiorentina e Lazio. Cambiano gli avversari, cambiano le competizioni, ma il copione si ripete. Basta un episodio sfavorevole perché la Juve perda sicurezza, smarrisca le distanze e inizi a rincorrere una gara già indirizzata. Le poche eccezioni confermano la regola. A Bodo, col Cagliari in casa lo scorso anno e a Vigo la settimana scorsa in Europa League i bianconeri hanno trovato la forza di trasformare lo svantaggio in vittoria.
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Quando la Juventus va in cortocircuito
Troppo poco, però, rispetto a una squadra chiamata a competere ai massimi livelli. Più frequenti i pareggi strappati in extremis – Sporting, Lecce, Milan – oppure le sconfitte senza appello, come lo 0-3 con la Lazio o il pesante 5-2 incassato a Istanbul. Il dato più preoccupante riguarda proprio la gestione emotiva delle partite. La Juve sembra preparata a comandare quando tutto gira nella direzione giusta, ma va in cortocircuito quando il piano iniziale salta. Lo svantaggio diventa spesso un macigno: aumentano gli errori tecnici, si allungano le distanze tra i reparti e la lucidità lascia spazio alla frenesia. Serve cambiare il modo in cui la squadra entra in campo e reagisce agli imprevisti. E oggi la Juve, al primo schiaffo, troppo spesso finisce al tappeto.