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Delio Rossi, l'intervista: "Lecce, segui Di Francesco perché fa grande calcio"

Lecce salvo, il quarto capolavoro di Sticchi Damiani

Lecce salvo, il quarto capolavoro di Sticchi Damiani

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Delio Rossi, domenica la Vecchia Signora al Via del Mare: due squadre con l’umore agli antipodi. «Sarà sicuramente una partita delicatissima, soprattutto per la Juventus considerato il momento. Dall’altra parte, invece, c’è un Lecce che ha cominciato bene e sta facendo il suo campionato. Ha già scritto la storia in questi anni, di questo passo potrà aggiornare i conti».

«Sì, devo dire che è un risultato che mi ha sorpreso. Sia perché l’Udinese ha costruito una buona squadra, sia per l’autorità con cui il Lecce ha conquistato il risultato».

E da Di Francesco, invece, è sorpreso per il modo in cui è riuscito a dare subito un’identità ben precisa nonostante qualche cambiamento estivo?

«Ma le squadre di Di Francesco hanno sempre espresso un grande calcio. Negli anni precedenti al ritorno nel Salento è stato anche un po’ sfortunato. Però nel calcio, purtroppo, ci si ricorda degli allenatori solo in base alle ultime vicende…».

In che senso?

«Guardate Allegri come viene trattato. Adesso sembra sia diventato un bollito, ma qualcuno dimentica che è l’allenatore più importante o comunque quello che ha vinto di più nel nostro campionato. E invece rimane sempre l’etichetta dell’ultimo periodo, nel suo caso la mancata qualificazione alla Champions con il Milan e questa partenza difficile con il Napoli. E lo stesso vale per Di Francesco. Credo per lui sia stato importante dare continuità al lavoro dell’anno precedente, dove si è già tolto una gran bella soddisfazione con il Lecce».

Domenica il Via del Mare pieno potrà dare la spinta al Lecce e allo stesso tempo incutere timore a una Juventus apparsa un po’ fragile?

«Penso sia più importante per il Lecce avere la spinta dei suoi tifosi, la Juventus è abituata a giocare in stadi pieni e caldi. Al Sud, e quindi anche in Puglia, la squadra di calcio è molto di più, è un biglietto da visita per l'intero territorio. E nel caso dei salentini, l'attaccamento si vede anche quando vanno in massa in trasferta. Il calore del Via del Mare potrà fare la differenza in positivo per i giallorossi».

Come si batte la Juventus?

«Cercando di giocare meglio, sicuramente. E poi serve una buona dose di fortuna».

Lei la Juventus l’ha battuta nel 2004, a domicilio: al Delle Alpi finì 3-4. Era la squadra di Lippi, con gente come Buffon, Nedved, Trezeguet e Del Piero. L’emozione più grande sulla panchina del Lecce?

«Sì, una delle partite più belle. Ci metto anche la vittoria per 2-1 contro l’Inter della settimana seguente che garantì la permanenza in A. Di quella trasferta a Torino ho un ricordo particolare…».

E allora non si faccia pregare.

«Il mio era un Lecce giovane, con Ledesma, Konan, Bojinov, Vucinic. Eravamo nel pullman, sulla strada per il Delle Alpi, e passando tra i vari posti vidi che c’era Konan che guardava il cartone animato “Bambi”. E dentro di me pensai “ma come fai a vincere in casa della Juventus se guardi cose del genere prima di una partita così importante?”. Bene, quel giorno Konan fece doppietta: si caricò così nel pre-gara. C’è chi prega, chi ascolta musica, ma non avevo mai visto una cosa simile (ride, ndr). È la dimostrazione che a volte le apparenze ingannano».

Questo Lecce, però, negli ultimi anni non riesce più a regalarsi un colpaccio contro una big.

«Non è questione di mentalità, non credo in queste cose. La verità è che i valori delle rose sono molto diversi. Dal punto di vista economico e tecnico, in Italia ci sono due campionati. Per fare risultato contro le grandi serve davvero un’impresa».

«Sono sorpreso per l’evoluzione, per il modo in cui ci sono arrivati. Vivo vicino al centro sportivo della Lazio e all’inizio c’era tanto scetticismo sull’allenatore. Ma conosco Gattuso, l’ho riportato io in Italia (dai Rangers alla Salernitana, ndr) prima del suo approdo al Milan, e ho detto da subito che sarebbe stato l'uomo giusto, nel posto giusto e al momento giusto. Perché? Serviva uno coraggioso, in grado di accettare una grande sfida e lui in queste cose si esalta. Sta andando anche oltre le più rosee aspettative, sono davvero felice per Rino».

«Non è glamour, non buca gli schermi, non è uno che pronuncia frasi a effetto. È semplicemente umile. Lui è partito dalla Calabria per iniziare questa fortunata e incredibile carriera che lo ha portato a vincere tutto da calciatore. Uno che è andato ad allenare a Creta o a Sion significa che ha il sacro fuoco dentro. Lui cerca sfide particolari e sono contento perché sta dimostrando di avere idee moderne, la sua Lazio vince ma gioca anche bene».

«Sinceramente no. Però voglio dire una cosa: siamo ancora alla settima giornata di campionato. In Italia, non essendoci grande disponibilità economica per scegliere i migliori calciatori, molte squadre hanno preso rinforzi a campionato iniziato. Ciò che ora è bianco può diventare nero tra due-tre partite e viceversa. La Fiorentina ha tutto per scalare la classifica e disputare un campionato diverso rispetto a quello dell'anno passato».

«Questo nuovo modo di arbitrare mi piace: meno pause, meno calciatori a terra, è un calcio più dinamico e godibile da un punto di vista estetico. A volte possono esserci errori, ma fa parte del gioco. Mi sembra un campionato più equilibrato, anche se non lo vedo molto diverso per valori rispetto agli altri anni».

«Io non so fare niente, neppure cambiare una lampadina. Solo l’allenatore, magari male ma so fare solo quello. Nella mente della gente ormai faccio parte del calcio di una volta, forse perché non ho procuratori, non frequento trasmissioni o gente varia. Io, però, non ho mai fatto un calcio di visibilità. Chi mi vuole alza il telefono e lo chiama: se capiterà sarò felice di tornare in pista, se no pazienza, starò fuori».

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