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Sprofondo Juve: adesso sono tutti in discussione

Vittorio Oreggia

Vittorio Oreggia

È uno sprofondo, quello della Juventus. Perché la sconfitta di Genova, meritatissima, la terza in campionato in nove partite, viene dopo l’illusione che la vittoria di Lecce avesse guarito la squadra di Luciano Spalletti dai suoi impacci e dalle sue paure. Invece no, era un falso storico. Perdere a distanza di pochi giorni fa più male, perdere così, in maniera imbelle, ancora di più: rimette in discussione tutto e tutti, l’allenatore, l’organico, il progetto societario. E apre scenari imbarazzanti per la sfida contro il Napoli. Del resto, parlano i numeri: 11 punti di distacco dalla vetta, 6 dalla zona Champions League, ottavo posto in classifica, appena 11 gol segnati. E poi la sensazione che nulla sia definito e definitivo, come se si procedesse a occhi bendati nella nebbia, non uno straccio di gioco, non un filo di organizzazione. Una robaccia simile ai tempi grami di Thiago Motta e di Igor Tudor. Ma, viene da domandarsi, può sempre essere colpa di chi sta in panchina? Non conta che siano stati due mezzi autogol (Cambiaso e Bremer) a condannarla, conta che la Juventus abbia subito due reti dopo meno di mezz’ora in capo a un atteggiamento tanto indolente quanto inspiegabile, di una mollezza squalificante, di un niente assoluto, di errori in serie commessi non da pochi ma da tutti. Anche dagli insospettabili. Perché se ad esempio l’involuzione di Cambiaso è certificata da più di un anno al punto da non giustificarne la presenza sul terreno di gioco e se la pochezza di Kolo Muani è una evidenza che ormai ha la bollinatura notarile (ne si prenda atto e si dia spazio a Woltemade), la sbadataggine di Kalulu in fase difensiva e offensiva, il disorientamento di Bremer, il poco o nulla di McKennie, il girovagare a vuoto di Alajbegovic sono improvvise e cattivissime notizie per Spalletti. Il quale ha cambiato la formazione che aveva funzionato benino a Lecce, probabilmente per avere forze fresche, con il risultato di generare confusione. Ma ne valeva la pena? Evidentemente no. Poi sulla fragilità mentale del gruppo si potrebbe aprire un dibattito dall’esito scontato: troppa gente non sa cosa sia la maglia bianconera e pochi ne sopportano il peso. Amen.

[Pagelle Genoa-Juve: Cambiaso inquietante, Sarr va al tappeto. Spalletti, è buio pesto

Pagelle Genoa-Juve: Cambiaso inquietante, Sarr va al tappeto. Spalletti, è buio pesto](https://www.corrieredellosport.it/foto/calcio/serie-a/juve/2026/10/28-152234268/pagelle_genoa-juve_cambiaso_inquietante_sarr_va_al_tappeto_spalletti_buio_pesto)

Le difficoltà di Douglas Luiz e Sarr

Così, di fronte a un Genoa graffiante e ben sistemato in campo da De Rossi, la Juventus non ha mai trovato le distanze, ben presto si è disunita, si è allungata, si è (ri)persa. E ha cominciato ad avere l’angoscia addosso, che è la peggiore delle situazioni psicologiche per poter riannodare il filo della tecnica con quello della tattica. Non c’è un reparto che si sia salvato, di sicuro il centrocampo è andato subito in apnea, perché Douglas Luiz non si è ripetuto e Sarr ha confermato di essere un intercettore di palloni con piedi non proprio delicati. In fondo, se il Tottenham lo ha sbolognato in prestito alla real casa per appena 2 milioni di euro una ragione ci sarà pure, no? Insomma, non era un inamovibile dagli Spurs e lo si vede. Il primo tempo poteva finire persino peggio per i bianconeri, che Spalletti ha poi rivoluzionato nella ripresa, arretrando Kalulu in difesa, inserendo Zhegrova e Woltemade, accentrando McKennie, dando spazio a Cabal e Boga, infilando Koopmeiners. Mosse dettate dalla disperazione che hanno generato manovre arruffate e senza senso. Anzi, con il senso di chi vede sfuggirsi il presente tra le dita e non sa come fermarlo. Dallo sprofondo.

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