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Un anno di Spalletti, dalla buona partenza al buio: Juve mai così lontana dopo 9 giornate

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eterno spalletti juve galaGetty Images

Ultimi aggiornamenti: 30 ott 2026, 09:55

Primo anniversario dall'arrivo dell'allenatore toscano sulla panchina bianconera

Trecentosessantacinque giorni. Tanti ne sono passati da quando, il 30 ottobre 2025, Luciano Spalletti diventava ufficialmente l’allenatore della Juventus. Oggi, nel giorno dell’anniversario, la sua squadra è ottava in classifica con 14 punti (quattro vittorie, due pareggi, tre sconfitte): undici lunghezze dalla vetta, sei dal quarto posto. Una distanza dal vertice del campionato che, nell’era dei tre punti, la storia bianconera non aveva mai conosciuto come così ampio dopo sole nove giornate.

Nove giornate su trentotto. Sostanzialmente un quarto di campionato ormai in archivio. Non basterà forse per le sentenze definitive, ma di certo è un buon indicatore per i primi verdetti. E il verdetto, a un anno esatto dall’arrivo di Spalletti, è severo.

BUONA PARTENZA E RINNOVO DEL CONTRATTO

Spalletti arrivò a Torino in piena emergenza, dopo l’esonero di Igor Tudor del 27 ottobre. Firmò fino al 30 giugno 2026, con rinnovo automatico in caso di qualificazione alla Champions League: un’investitura a tempo, con l’obiettivo minimo scritto nero su bianco. L’esordio fu quello sperato: il 2-1 sul campo della Cremonese, due giorni dopo l’ufficialità, e poi l’1-1 in casa con lo Sporting Lisbona in Champions.

****Nei mesi seguenti la Juventus sembrò davvero un’altra squadra.****Nelle prime ventidue partite di campionato con Spalletti in panchina arrivarono dodici vittorie, sei pareggi e quattro sconfitte: quasi due punti di media a partita. A un certo punto, dopo tre successi di fila contro Genoa, Atalanta e Bologna,il vantaggio sul quinto posto, occupato da Como e Roma, arrivò a cinque lunghezze. La Champions pareva in tasca e la società, in quel clima, scelse di blindarlo: già in aprile Spalletti risultava confermato fino al 2028, con un ingaggio quasi raddoppiato rispetto ai circa tre milioni del primo contratto.

LUCE SPENTA

****Poi, il buio.****Con la qualificazione a portata di mano, la Juventus si spense proprio sul traguardo: 1-1 con il Verona già retrocesso e 0-2 con la Fiorentina alla penultima giornata, in quello che di fatto fu il suicidio definitivo ancor prima del 2-2 nel derby col Toro a giochi ormai fatti. Chiuse sesta con 69 punti: due in meno del Como quarto, uno in meno del Milan quinto, quattro in meno della Roma terza. Fuori dalla Champions.

Una Champions che, prima ancor che persa, fu lasciata per strada. E a spingerla fuori furono soprattutto gli errori individuali. Su tutti quelli di Michele Di Gregorio. Il conteggio fu presto fatto da più parti:dieci punti dilapidatiin campionato, considerando soltanto le partite perse o pareggiate a fronte di suoi errori evidenti (Fiorentina, Como, Lazio, Verona). Fermarsi al portiere, però, sarebbe un alibi. A un certo punto nel finale della passata stagione, fu uno Spalletti quasi premonitore a centrare il punto: «Se non hai carattere non puoi giocare per la Juventus». Era maggio. Ed è la diagnosi che alla fine si ripropone pari pari anche oggi. Sì perché da quel finale la squadra non si è più ripresa. Ma soprattutto non si è più ripreso Luciano Spalletti.

I numeri, a dodici mesi di distanza, non lasciano scampo. Dal 30 ottobre 2025 Spalletti ha raccolto in campionato 68 punti in 38 partite (diciannove vittorie, undici pareggi, otto sconfitte): 1,79 di media a gara. È, al centesimo, il rendimento di Thiago Motta, appena sopra quello di Tudor (1,76) e a distanza siderale da Pirlo (2,05), Sarri (2,18), Allegri (2,20) e Conte (2,39).

La partenza di questa stagione completa il quadro. Ad esempiogli undici punti dopo sette giornate sono stati un avvio che, dal 2001 a oggi, la Juventus non aveva mai visto se non in tre stagioni (2015/16, 2008/09 e 2022/23). E con la sconfitta di Genova sono diventati tre i ko nelle prime nove giornate, un primato negativo che, secondo OPTA, sempre nell’era dei tre punti, i bianconeri avevano toccato solo altre due volte.

CAMBIO DI MODULO

Ma lo smarrimento principale di Spalletti è probabilmente nel ricorso al modulo. Dopo la sconfitta con la Lazio, il tecnico bianconero si spinse a mettere in dubbio il legame con il gruppo: la squadra lo segue ancora? «Fino a ieri avrei detto di sì, oggi non lo so».È da lì che nasce la svolta tattica: a Lecce, infatti, dopo un confronto con i giocatori, l’abbandono del 4-2-3-1 di inizio stagione per il 3-5-2, motivato con il bisogno di solidità e dettato, di fatto, anche da un’infermeria affollata. Il 3-5-2 però, per Spalletti, è forseil termometro più fedele, l’istantanea di una crisi di identità.

Perché è vero****, Spalletti nella sua carriera la difesa a tre l’ha frequentata, dagli esordi a Empoli al 3-4-2-1 della seconda Roma, fino persino alla Nazionale. Ma non è il suo vero calcio. Non lo è mai stato. Il suo calcio è quello dello scudetto di Napoli****: esterni che saltano l’uomo, catene laterali, spazi occupati con criterio. L’idea con cui era arrivato alla Juventus, fondata sulla qualità degli esterni nell’uno contro uno, è stata sacrificata sull’altare dell’emergenza; e il modulo oggi somiglia a un abito preso in prestito:a farne le spese sono proprio Zhegrova e Alajbegovic, i pochi giocatori che, se non altro dal punto di vista puramente tecnico, portavano con loro un’idea di futuro per questa Juventus.

****La scena, peraltro, è già vista. All’Europeo 2024, quando l’Italia passò alla difesa a tre contro la Croazia, si parlò di un patto con i giocatori e Spalletti reagì con stizza, rivendicando di aver dedicato al 3-5-2 la propria tesi. Alla vigilia di Genoa-Juventus ha respinto con la stessa fermezza l’ipotesi che il sistema gli sia stato suggerito dallo spogliatoio: i giocatori, ha detto, sono «molto più seri di certe domande».****Può darsi. Ma quando un allenatore è costretto a smentire di aver lasciato il timone allo spogliatoio, la sua leadership è già diventata un tema.

E poi, il ritiro. Un provvedimento d’altri tempi, anacronistico, tipico di chi non sa più che pesci pigliare: dell’allenatore che, non trovando la chiave in campo, la cerca fuori dal campo, nell’isolamento, nel simbolo, nel segnale. Nella speranza, forse, di toccare le corde di un gruppo che, oltre che in campo, ha evidentemente dimostrato di essere debole nello spirito.

****Il calendario, intanto, non concede tregua: dopo il Napoli arrivano AZ e Fiorentina, tre partite in otto giorni che, stando alle cronache, potranno contribuire a decidere il destino dell’allenatore.****Un allenatore che solo un anno fa, oggi, era arrivato per dare una risposta. E che un anno dopo, proprio oggi, nel silenzio della Continassa, si ritrova invece a dover provare a rispondere allo stesso quesito:*che squadra è questa? Una domanda che al momento resta senza risposta.O meglio, una domanda cui il tecnico continua probabilmente a rispondere con un’altra affermazione uscita già nel finale della passata stagione:«Questa squadra non la capisco».* Perché sì, in fondo, nonostante tutto, dati e prestazioni alla mano, probabilmente in casa Juve sono ancora fermi a quel punto lì.

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