L’azzurro ha convinto l’ambiente bianconero dentro e fuori dal campo: l’acquisto è una formalità
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Un cognome per un progetto: fare dell’ex Tottenham un “portiere Vicario”, con cui scollinare all’estate successiva. E cioè quando la Juve - sulla carta - avrebbe avuto il tempo e le risorse per ingaggiarne uno di spessore tecnico superiore. Per giunta, affiacandogli un profilo di livello come Grabara, con la medesima formula - prestito con diritto di riscatto - così da rimandare qualsiasi verdetto al termine della stagione. Sono bastati giusto un paio di mesi per stravolgere qualsiasi scenario. Per sconfessare i pregiudizi di un nutrito gruppo dell’area tecnica bianconera.
Carnevali, Massara e la carta Vicario
Nessun esercizio di stile all’insegna del romanticismo calcistico: Carnevali e Massara hanno scelto di giocarsi la carta Vicario perché, semplicemente, non gli era rimasto più nulla in mano. Basti pensare a quanto accaduto sul fronte Alisson, saltato in extremis - c’era già l’accordo con il suo entourage - per via del dietrofront di Richard Hughes, il ds del Liverpool, terrorizzato all’idea di perdere un altro totem dello spogliatoio dopo gli adii di Robertson, Salah e Konaté.
[La Juve si sveglia e tira da fuori: la gioia bianconera e le due meraviglie che salvano Spalletti
La Juve si sveglia e tira da fuori: la gioia bianconera e le due meraviglie che salvano Spalletti](https://www.tuttosport.com/foto/calcio/serie-a/juventus/2026/11/01-152308067/la_juve_si_sveglia_e_tira_da_fuori_la_gioia_bianconera_e_le_due_meraviglie_che_salvano_spalletti)
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O ancora per i vari Suzuki, Dibu Martinez e Mamardashvili: facciate frontali, figlie di valutazioni decisamente esose dei club di provenienza o di qualche dubbio sulle rispettive condizioni fisiche (quelle dell’argentino in particolare, reduce da un Mondiale giocato con un dito fratturato). Il paradosso, all’alba del 3 novembre, sta tutto nel fatto che Vicario si sia rivelato - insieme ad Alajbegovic - il miglior acquisto del mercato bianconero.