Nel discorso di **Giovanni Carnevali** c’è tutto quello che doveva esserci. Il guaio è il contesto. Quello, certo, in cui le dichiarazioni sono state rese: folkloristico, pensando a un’assemblea in cui interventi ponderati si alternano con lampade da speleologo. In cui lo spettro, suo malgrado, di Alessandro Del Piero si affianca al plauso di qualcuno per il comportamento della Curva in occasione del minuto di raccoglimento per Sandro Mazzola. In cui, di fronte all’ennesimo aumento di capitale da parte di una proprietà che negli ultimi sette anni ha versato in cassa circa un miliardo di euro - non esiste un termine di confronto a livello internazionale, altro che italiano -, c’è chi chiede di dare maggiore spazio a un secondo azionista alquanto nebuloso, **Tether**, e di cui tutto sommato non si sente più parlare da settimane. Ma è il quadro generale a illustrare il problema.
**Giovanni Carnevali**, da dirigente di una società per azioni quotata in Borsa, è stato perfetto. Come è stata giusta l’idea della società - finalmente - di affidarsi a qualcuno che potesse raccogliere il testimone di **Beppe Marotta**, da troppo tempo dimenticato in soffitta a prendere polvere, e ricostruire attorno a sé un gruppo dirigenziale evaporato nelle ultime stagioni. L’ex ad e dg del Sassuolo ha parlato dell’importanza dei giovani e degli italiani: “Dobbiamo far tornare il settore giovanile ad alti livelli, portare un po’ più di italianità nella nostra struttura. La **Next Gen** deve essere il fiore all’occhiello per questa società, per costruire giovani che possano poi, un domani, diventare giocatori della Juventus”. Ha parlato della necessità di lavorare per tornare a vincere: “Non illudiamoci di vincere domani. Lavoreremo per farlo, non sarà facile. Per costruire ci vuole tempo e non chiacchiere”. Ha ricordato che, in un contesto europeo, la Vecchia Signora non può certo disinteressarsi dei rigidi paletti UEFA: “Compreremo il Pallone d’Oro? Compreremo chi avremo la possibilità di comprare. Non critico i miei predecessori, capita di sbagliare”. E poi ancora: “Non pensiamo di fare chissà cosa di straordinario, ma con le risorse che abbiamo dobbiamo rendere la Juve una grande società”. Tutto inappuntabile, tutto incontrovertibile. Se non fosse per un piccolo dettaglio, secondario mica tanto, di cui Giovanni Carnevali è consapevole: non è più al Sassuolo, ma alla **Juventus**.
La Juve il tempo, che Carnevali - ripetiamo per l’ennesima volta: giustamente, non essendo un venditore di fumo - ricorda essere necessario, lo ha bruciato negli anni. **Non vince uno scudetto, e non è nemmeno mai stata in corsa per poterlo fare, da sette anni**: per trovare un precedente, bisogna tornare al periodo nero dal 1986 al 1994. Con il tempo, la Vecchia Signora ha mandato in fumo una montagna di soldi: tecnicamente, se **John Elkann** (di cui parleremo) non avesse messo mano al portafogli, la gestione della Juventus dal 2019 a oggi sarebbe da definire fallimentare. Carnevali ha detto quello che doveva dire e poi farà quello che deve fare, perché ne ha le competenze e, va ribadito, sa benissimo dov’è finito. Attorno, però, ha pochissimo a cui appigliarsi: il tempo, s’è detto, non c’è. Ma gli manca anche (quasi) tutto il resto.
Oggi la **Juventus è debole**, pressoché in tutto. Lo è nel suo allenatore, e non perché **Luciano Spalletti** non sia un grande tecnico, ma per i presupposti della sua permanenza in panchina. Carnevali se l’è trovato e lì l’ha lasciato: segnale di fiducia umana e professionale, certo, ma anche di debolezza. Oggi la panchina di Lucio traballa al primo venticello - e a Torino di questi tempi sferza il favonio -, proprio perché non è stato scelto dal nuovo corso ma mantenuto: sembra poco, è una differenza esistenziale. La Juve è debole nei suoi giocatori: raccontiamo spesso del fantasma di **Antonio Conte**, ma la verità è che, anche ove tornasse, difficilmente riuscirebbe nel miracolo. La sua prima Juve, tralasciando quelli che ha trasformato lui in giocatori veri, aveva Buffon, Pirlo, Del Piero. In questa squadra non c’è un briciolo di quella leadership, e qualche uscita sfortunata - Bremer su tutti - sta lì a testimoniarlo. La Juve, ancora, è debole nel suo apice, e lì per Carnevali è impossibile intervenire.
Di **Elkann** s’è detto che ha messo soldi nel club: questo gli va riconosciuto. Però da troppo tempo la proprietà della Juventus è una nebulosa che, un po’ come tanti suoi affari italiani (si pensi alla Ferrari, senza entrare in altri campi), sembra un po’ disinteressata. La quintessenza di questa debolezza non è nemmeno sul campo, dove il nipote di Gianni Agnelli non può certo scendere, come non lo faceva l’Avvocato, ma nelle dinamiche di Palazzo. Oggi Carnevali ha parlato anche di quello: “Galliani e Malagò sono due grandi personalità, di spicco. Noi vogliamo prenderci del tempo per valutare e vedere i loro programmi. Dobbiamo ascoltare anche tutte le altre componenti”. In sintesi: la **Juventus**, una società per cui tuttora tifa almeno un italiano su quattro, fa come (con tutto il rispetto) Cagliari, Sassuolo e Venezia, gli unici altri club di Serie A che non si sono schierati. È una doccia fredda per **Malagò** - sperava che la dodicesima firma fosse bianconera -, ma lo è soprattutto per la storia della Juve. In altri tempi, sarebbe stato inimmaginabile. E non si pretende certo che a Torino decidano, come invero accadeva spesso in passato, le sorti del calcio italiano: i cicli esistono, un po’ per tutto. Però ce ne passa da lì a imboccare la via dell’irrilevanza.